Crap da Sass: storia del castello di Surlej in Engadina

Sospeso sotto il villaggio di Surlej, nel cuore dell’Engadina, il Crap da Sass domina il paesaggio come una sentinella del tempo. Da fortezza medievale a residenza romantica ottocentesca voluta dal barone Friedrich von Planta, fino al paesaggio che ispirò le riflessioni di Friedrich Nietzsche, questo luogo racconta una storia di potere, abbandono e rinascita. Un viaggio narrativo tra storia, filosofia e natura, dove la roccia diventa simbolo della memoria e del rapporto profondo tra uomo e montagna.

Sotto Surlej, dove l’aria dell’Engadina si fa sottile e luminosa e il vento attraversa i boschi con voce antica, la roccia si solleva improvvisa dalla valle. È lì che sorge il Crap da Sass, sospeso tra cielo e acqua, come se fosse emerso dalla montagna stessa.

Da lontano appare severo e solitario, custode silenzioso di una memoria stratificata. Le sue mura sembrano trattenere il tempo, come se ogni secolo avesse lasciato una traccia invisibile nella pietra.

La fortezza della roccia

Nel Medioevo, quando la valle era attraversata da viandanti, mercanti e signorie in competizione, questo sperone naturale divenne luogo di potere. Nel XIII secolo sorse qui una fortezza, scelta per dominare le vie alpine e affermare una presenza: non soltanto difesa, ma dichiarazione di autorità.

Si può immaginare il suono delle armi, il crepitio dei fuochi nelle sale, lo sguardo delle sentinelle rivolto verso la valle. Ma come accade a molte opere dell’uomo, anche questa sicurezza fu fragile. I secoli mutarono le strategie, cambiarono i centri di influenza, e il castello medievale venne lentamente inghiottito dal silenzio. Le mura cedettero al gelo, al tempo, all’oblio.

La montagna tornò padrona del luogo.

La rinascita romantica

Fu l’Ottocento a ridestare la roccia dal suo sonno. Nel 1856 il barone Friedrich von Planta scelse quelle rovine come fondamento per una nuova dimora. Non più fortezza, ma visione.

Sulle vestigia medievali sorse una residenza neogotica, figlia dello spirito romantico che cercava nel passato una bellezza perduta. Il nuovo edificio non difendeva territori: contemplava il paesaggio. Le torri e le linee severe dialogavano con i profili delle montagne, trasformando il sito in un simbolo estetico e spirituale più che militare.

La pietra, un tempo strumento di guerra, divenne architettura del sentimento.

Il paesaggio del pensiero

Negli anni Ottanta dell’Ottocento, queste stesse rive e questi sentieri attrassero Friedrich Nietzsche. Camminando nei boschi e lungo il lago, il filosofo trovò qui un paesaggio capace di risuonare con le sue visioni più profonde.

La luce dell’Engadina, il silenzio vasto, l’orizzonte aperto delle acque e delle cime: tutto contribuì a trasformare questo luogo in uno spazio di meditazione. La presenza del castello, immobile sopra la valle, divenne parte di un teatro naturale in cui la natura e il pensiero si specchiavano reciprocamente.

Sentinella del tempo

Oggi, sopra Silvaplana, il Crap da Sass resta inaccessibile, proprietà privata e insieme monumento visibile a tutti. Non accoglie visitatori nelle sue stanze, ma parla a chi lo osserva dal basso.

La sua sagoma racconta una storia che attraversa i secoli: ambizione e rovina, memoria e rinascita, potere e contemplazione. E mentre le stagioni si succedono — la neve che cancella i contorni, l’estate che restituisce i colori, l’autunno che incendia i boschi — la roccia rimane.

Immobile, come se custodisse un segreto che solo il silenzio della montagna può comprendere.

PhotoNicola Pfund

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