Queste riflessioni nascono da un doppio sguardo: quello di un ex docente, che per anni ha ascoltato dubbi, paure e ambizioni dei giovani, e quello di un padre di due figli, che si interroga sul mondo che stiamo preparando per la prossima generazione. Essere giovani in Ticino oggi non è solo una condizione anagrafica, ma il risultato di scelte politiche, culturali e sociali che meritano di essere messe in discussione. Questo articolo non cerca soluzioni facili, ma pone domande necessarie.
Crescere in Ticino oggi è un’esperienza fatta di contrasti. Da un lato c’è la sicurezza, la qualità della vita, un territorio bellissimo e ordinato. Dall’altro, una sensazione diffusa di spazio limitato: nelle opportunità, nelle prospettive, talvolta perfino nei sogni.
Essere giovani in Ticino nel 2026 significa spesso vivere in equilibrio tra gratitudine e frustrazione. Gratitudine per ciò che funziona. Frustrazione per ciò che sembra non cambiare mai.
Un Ticino che protegge, ma stringe
Il Ticino è un cantone che ti accoglie e ti protegge, soprattutto se lo confrontiamo con molte altre realtà. Ma per chi ha tra i venti e i trent’anni, questa protezione può trasformarsi in una gabbia invisibile.
Il mercato del lavoro è competitivo, piccolo, spesso poco aperto al rischio. Gli stage mal pagati, i contratti a termine e la difficoltà a emergere non sono eccezioni, ma esperienze comuni. Chi studia si chiede se restare o partire. Chi lavora si chiede se accontentarsi o cercare altrove.
La domanda ritorna sempre: qui c’è spazio per crescere davvero?
Studio e lavoro: tra merito e attese infinite
Il percorso formativo ticinese offre solide basi, ma il passaggio dalla formazione al lavoro è uno dei momenti più critici. Non sempre il merito basta. Spesso contano le reti, la pazienza, la capacità di adattarsi.
Molti giovani sentono di dover aspettare “il momento giusto”, che però sembra non arrivare mai. Nel frattempo, cresce il timore di restare indietro, di non essere abbastanza, di non aver scelto la strada giusta.
E così, partire diventa un’opzione concreta. Non per mancanza d’amore verso il Ticino, ma per bisogno di respirare.
Benessere mentale: il tema che non si può più ignorare
C’è poi una dimensione di cui si parla ancora troppo poco: il benessere mentale. La pressione sociale, il confronto continuo sui social, l’idea di dover “farcela” in fretta pesano più di quanto si ammetta.
In Ticino, dove “va tutto bene” sulla carta, chiedere aiuto può sembrare quasi una colpa. Ma ansia, burnout precoce e senso di inadeguatezza non risparmiano nessuno.
Riconoscere queste fragilità non significa essere deboli. Significa essere onesti. E forse, finalmente, adulti.
Vivere il territorio: amore critico
I giovani ticinesi non odiano il loro cantone. Al contrario, lo conoscono bene e proprio per questo lo guardano con occhio critico. Amano la natura, i laghi, le montagne, il senso di casa. Ma notano anche la mancanza di spazi di aggregazione, di cultura accessibile, di ascolto reale.
Il problema non è solo cosa offre il Ticino ai giovani, ma quanto li coinvolge nelle decisioni che li riguardano. Troppo spesso le politiche giovanili parlano dei giovani senza parlare con i giovani.
Restare o partire: una scelta identitaria
Restare in Ticino oggi è quasi un atto politico. Partire lo è altrettanto. Nessuna delle due scelte è giusta o sbagliata in assoluto. Entrambe raccontano un bisogno: quello di costruirsi una vita che abbia senso.
C’è chi parte per poi tornare con nuove competenze e uno sguardo diverso. C’è chi resta per cambiare le cose dall’interno. Entrambi meritano rispetto e fiducia.
Una generazione che chiede fiducia
I giovani ticinesi non chiedono scorciatoie. Chiedono possibilità. Chiedono di essere presi sul serio, di poter sbagliare, di poter provare. Chiedono un Ticino meno impaurito dal cambiamento e più disposto a investire sulle persone, non solo sulle strutture.



