L’8 marzo si voterà sulla proposta di ridurre il canone radiotelevisivo a 200 franchi. In Ticino il dibattito attorno alla RSI si è acceso più che altrove, trasformandosi spesso, soprattutto sui social, in una contrapposizione emotiva: o la si ama o la si odia. Ma cosa c’è davvero dietro questo sentimento polarizzato? E cosa dice di noi, del territorio e del modo in cui viviamo il nostro essere ticinesi?
Un voto che va oltre il canone
La votazione dell’8 marzo sulla riduzione del canone radiotelevisivo a 200 franchi non è soltanto una questione di cifre. Non è solo un dibattito su quanto costa il servizio pubblico, ma su che ruolo debba avere e che rapporto abbia con il territorio che serve.
In Ticino, più che altrove, la RSI è diventata un simbolo. E come spesso accade ai simboli, non lascia indifferenti: o la si difende con convinzione, o la si contesta con altrettanta forza. Raramente si resta nel mezzo.
“O la ami o la odi”: una polarizzazione anomala
È legittimo chiedersi come sia possibile che un ente di servizio pubblico riesca a generare tanto amore e tanta ostilità allo stesso tempo. Non si tratta di una semplice critica ai contenuti o ai costi: il dibattito è spesso viscerale, identitario, personale.
Per alcuni, la RSI rappresenta:
- tutela della lingua e della cultura italiana in Svizzera
- posti di lavoro qualificati
- una voce locale in un mondo mediatico globalizzato
Per altri, invece, è vista come:
- un’istituzione distante
- autoreferenziale
- poco rappresentativa del “Ticino reale”
Questa frattura non nasce dal nulla.
Il riflesso sul territorio
Quando un servizio pubblico viene percepito come “altro” rispetto alla popolazione che lo finanzia, si crea un cortocircuito pericoloso. Il problema non è solo mediatico, ma territoriale e sociale.
Il Ticino è una regione che da anni vive:
- un senso di marginalità rispetto al resto della Svizzera
- una pressione economica crescente
- una difficoltà nel riconoscersi nelle proprie élite
In questo contesto, la RSI diventa facilmente un bersaglio simbolico: non solo “la televisione”, ma l’idea di un potere che non ascolta.
Identità, rappresentazione e senso di appartenenza
Il punto centrale non è se la RSI sia “buona” o “cattiva”. Il vero nodo è un altro:
chi si sente rappresentato e chi no.
Quando una parte significativa della popolazione sviluppa ostilità verso un’istituzione culturale, significa che qualcosa si è incrinato nel patto di fiducia. E questo ha conseguenze profonde sul senso di vivere del ticinese, sulla percezione di contare, di essere visto, di avere voce.
Non è solo una questione di programmi televisivi o radiofonici, ma di riconoscimento.
Una domanda scomoda ma necessaria
La votazione dell’8 marzo pone una domanda che va ben oltre il canone:
- il servizio pubblico riesce ancora a essere percepito come “nostro”?
Ridurre tutto a uno scontro tra favorevoli e contrari rischia di perdere l’occasione più importante: capire perché la frattura esiste.
Conclusione: un dibattito che ci riguarda tutti
Qualunque sarà l’esito del voto, il segnale è già chiaro. Il rapporto tra RSI e una parte del territorio ticinese è teso, emotivo, irrisolto. Ignorarlo o liquidarlo come semplice populismo sarebbe un errore.
Perché quando un ente pubblico genera un sentimento negativo, non è mai solo un problema dell’ente. È il riflesso di un disagio più profondo, che parla di identità, appartenenza e futuro.
Ed è da lì che vale la pena ripartire.



