Per anni ho pensato che correre significasse solo migliorare tempi, velocità e prestazioni, finendo però per inseguire continuamente numeri e aspettative. Poi ho capito che la corsa era molto di più: uno spazio mentale senza rumore, notifiche e pressioni, dove ritrovare presenza e lucidità. Oggi corro non per essere perfetto, ma perché la corsa mi aiuta a sentirmi di nuovo allineato con me stesso.
C’è stato un periodo in cui pensavo che correre servisse soprattutto a migliorare: andare più veloce, fare più chilometri, abbassare il tempo su una distanza.
E così facevo quello che fanno in tanti: guardavo continuamente il ritmo, confrontavo gli allenamenti, inseguivo numeri.
Ogni corsa doveva avere uno scopo preciso.
Ogni uscita doveva “servire”.
Poi, senza accorgermene, qualcosa è cambiato.
Ho iniziato a capire che la corsa non era il momento in cui performavo meglio.
Era il momento in cui smettevo di rincorrere tutto il resto.
Correre è diventato uno spazio mentale.
Un’ora senza notifiche.
Senza rumore.
Senza dover dimostrare qualcosa.
Ed è paradossale: proprio quando ho smesso di voler controllare ogni dettaglio, ho iniziato a stare meglio anche correndo.
Ho imparato che:
- non tutte le corse devono essere veloci;
- la costanza vale più della motivazione;
- correre piano non significa essere deboli;
- alcuni allenamenti servono più alla mente che alle gambe.
Oggi credo che la corsa abbia un valore enorme perché ci restituisce qualcosa che stiamo perdendo: presenza.
Ti obbliga ad ascoltare il respiro.
Il corpo.
I pensieri che normalmente copriamo con distrazioni continue.
E forse è questo il vero motivo per cui tanti continuano a correre anche quando piove, fa freddo o sono stanchi.
Non per diventare atleti perfetti.
Ma per sentirsi, anche solo per qualche chilometro, di nuovo allineati.
La corsa non mi ha reso un’altra persona.
Mi ha aiutato a tornare a essere me stesso.
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