NON “BEN-AVERE” MA “BEN-ESSERE”… ECCO PERCHÉ

C’è un paradosso da sciogliere. È quello del benessere. La nostra è una società in cui ve ne sarebbe in abbondanza. Eppure la gente è (sovente) insoddisfatta. Non è forse vero?

Chiaro, quando parliamo di benessere ci riferiamo anzitutto a quello economico che viene misurato in termini di PIL (prodotto interno lordo).

Abbiamo più o meno tutto e a volte più di tutto: due auto, tre televisori, quanti computer? Mangiamo senza aver fame, beviamo senza aver sete. Rincorriamo il nostro tempo senza raggiungerlo mai.

Rispetto ai nostri “antenati”, anche delle generazioni vicine, siamo dei privilegiati. Le nostre vite si svolgono in un limbo dorato, soprattutto se paragonate alle ristrettezze del mondo contadino dove il vivere quotidiano era qualcosa di veramente diverso.

Il paradosso è che la nostra società ci ha affrancato dalla fatica, ci ha riempito di sicurezze, ma ci ha anche tolto il gusto della vita. L’aumento del PIL non ha prodotto automaticamente maggiore felicità, a volte ha aumentato solo, e in modo drammatico, l’inquinamento.

A fronte di ciò da tempo qualcuno ha proposto un nuovo e interessante concetto di benessere: il benessere interno lordo o BIL, che può essere considerato una sorta di indicatore che affianca il PIL.

Il BIL è la risultanza di alcuni fattori che prendono in esame ambiti diversi della vita quotidiana dei singoli e della comunità, andando al di là del dato meramente economico: condizioni di vita, di salute, di istruzione, di attività personali, di rapporti sociali, fino all’ambiente, variabile decisiva nel quadro del benessere di una collettività.

Per quanto sia difficile ridurre in numeri la vera felicità, questa apertura segna un importante passo avanti che in futuro potrà forse portare a un cambio di mentalità, poiché “sgancia” il concetto di felicità dal possedimento di soli beni materiali e di ricchezza.

È indubbio che una società che abbia un PIL in aumento stia meglio economicamente di una società con un PIL in diminuzione; ma detto questo, i teorici del BIL asseriscono che aumenti del PIL non comportino automaticamente aumenti del BIL e quindi ci possono essere luoghi e città i cui abitanti sono ricchi ma infelici.

Perché ciò avvenga, ovvero affinché vi sia un aumento del BIL, è necessario trovare un nuovo equilibrio tra sviluppo economico, abitudini di vita e salvaguardia dell’ambiente. E in questo ambito l’attività fisica e lo sport, soprattutto se praticati a contatto con la natura, rappresentano un veicolo importante per “far crescere il BIL”.

Come è stato ampiamente dimostrato, sempre più persone amano fare movimento all’aperto, attraverso la pratica di sport o anche semplici passeggiate. Quindi attività assolutamente tranquille che non richiedono un dispendio di soldi ma, se volgiamo, solo un po’ di allenamento e buona volontà.

Quindi ribadisco ciò che ho già avuto modo di dire e cioè che il progresso, lo sviluppo della tecnologia e l’alleviamento del peso dell’esistenza, ogni volta che ciò sia possibile, sono sicuramente da ricercare e da promuovere.

Ma per dare qualità alla vita non è probabilmente sufficiente la tecnologia e il denaro. Ci vuole qualcosa di più.

5 risposte

  1. Certamente l’aumento del PIL non è proporzionalmente legato all’aumento del BIL. Questo può essere vero a bassi livelli di PIL dove è la povertà generale a rendere infelice la popolazione, ma in una società molto sviluppata indice di benessere può anche non variare in positivo a seguito di un aumento del prodotto. I motivi sono da ricercare nelle aspettative che un individuo di una civiltà avanzata si aspetta dallo stato centrale, se per un popolo sottosviluppato basta poco per rendere più felice la sua vita ad un popolo sviluppato servono dei grossi miglioramenti per apprezzare maggiormente l’esistenza. Con queste premesse ci si accorge che un membro di una nazione ricca potrebbe non accorgersi dell’aumento del PIL o percepirne solo l’effetto del carovita e di conseguenza diminuire la sua felicità personale.

  2. A seguito di una riflessione su quanto letto, devo dire che mi trovo molto d’accordo con quanto scritto dall’autore. Infatti avere un PIL alto non è per forza di cose sintomo di felicità. Ovviamente meglio avere un PIL alto rispetto ad un PIL basso questo si, ma per avere una vita felice è molto importante avere delle passioni che ci tengano lontani dai cattivi pensieri di tutti i giorni. Un esempio può essere sicuramente svolgere attività fisica all’aperto, oppure passare tempo in maniera costruttiva con amici o parenti. Detto ciò il mio pensiero finale è: avere delle buone entrate economiche è importante ma non è la sola motivazione per essere felici.

  3. L’argomento toccato dall’ autore dal mio punto di vista è un argomento molto importante e mi trovo d’ accordo su quanto scritto. Ultimamente andando avanti col tempo si tende sempre di più a concentrarsi molto sulla questione dei soldi e di avere sempre più oggetti di valore perché si pensa che avere tanto porta a tanta felicità, quando invece si trascurano le cose più importanti ad esempio stare bene con se stessi e con le persone a cui si vuole bene. Secondo me la felicità si trova svolgendo le proprie passioni, passando tempo con la propria famiglia e praticare ad esempio degli sport che migliorano la tua salute fisica e mentale.

  4. Viviamo in una società, che al giorno d’oggi, punta di più sull’apparire che sull’essere; ciò significa, fondamentalmente, che il tuo valore di persona viene definito sulla base di ciò che possiedi a livello materiale e non, invece, sulla base delle tue qualità interiori. Il materialismo è in surplus: la gente punta all’ultimo modello di auto; alla casa più lussuosa; al vestito più di marca, ecc.…; ciò, in molti casi, causa frustrazione per il fatto che le finanze non permettono “l’adempimento” di questi beni. Ma vi è un paradosso: anche se questa gente riesce ad ottenere un certo status materiale sembra che, ugualmente, non sia felice; la felicità, in questo caso, è solo una questione di breve durata. Sul lato pratico cosa significa questo? Significa, semplicemente, che nessun bene materiale o qualcosa di esterno ci renderà per davvero felici, perché la felicità è una qualità che dipende da noi, che ha inizio da noi. Nel permetterci qualche volta un bene nuovo che ci può essere utile non vi è nulla di male, il discorso è capire che noi SIAMO anche senza il bene più costoso del mondo, che il nostro valore non dipende da ciò e che non bisogna far dipendere la propria felicità da fattori esterni, perché, sennò, è inevitabile il restarci male. Una volta che ci si rende conto di poter vivere anche con poco ci si sente meglio e si è anche più felici.

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