Il rumore che ci distrae dall’essenziale

Viviamo immersi in una continua produzione di parole, opinioni e dibattiti. Ma mentre il rumore aumenta, cresce anche la sensazione che i problemi restino gli stessi. Forse è arrivato il momento di riscoprire il valore dei fatti e di una politica meno concentrata sulla comunicazione e più sull’azione.

In Ticino si parla molto. Forse troppo.

Si parla sui giornali, in televisione, alla radio. Si organizzano dibattiti, tavole rotonde, conferenze, interviste. Le offerte culturali si moltiplicano, i cartelloni musicali si riempiono, gli eventi sportivi si susseguono senza sosta. Ogni giorno siamo immersi in una quantità impressionante di parole, opinioni, commenti, annunci e promesse.

Eppure, proprio in mezzo a questo grande rumore, in questa grande ricerca di protagonismo, emerge una sensazione sempre più diffusa: quella che poco cambi davvero.

È un paradosso del nostro tempo. Mai come oggi abbiamo avuto così tante occasioni per discutere, informarci e confrontarci. Eppure mai come oggi sembra difficile distinguere ciò che è essenziale da ciò che è semplicemente rumore di fondo. Le parole si accumulano, ma spesso non si trasformano in azioni. Le analisi si susseguono, ma i problemi rimangono.

La politica cantonale offre un esempio evidente di questa dinamica. A oltre un anno dalle prossime elezioni, la campagna sembra già essere iniziata. Interviste, prese di posizione, dichiarazioni strategiche e dibattiti occupano sempre più spazio. Si parla moltissimo dei protagonisti della politica, delle loro intenzioni e delle possibili alleanze. Ma molto meno si parla dei risultati concreti e delle opere da realizzare.

In questo contesto colpisce la decisione di Christian Vitta di lasciare il Consiglio di Stato al termine della legislatura. Al di là delle appartenenze politiche, esce di scena una figura che in questi anni ha rappresentato uno stile diverso: preparazione, misura e sobrietà. In un’epoca dominata dalla comunicazione permanente, la sua è stata spesso una presenza discreta, più orientata al lavoro che alla ricerca della visibilità.

Nel frattempo basta percorrere il territorio per accorgersi che molte questioni restano aperte. Ci sono infrastrutture che attendono risposte, aree che sembrano ferme da anni, progetti annunciati e mai davvero decollati. Talvolta si ha persino l’impressione di una certa rassegnazione, come se il dibattito pubblico avesse finito per sostituire l’azione.

Forse il Ticino ha bisogno di recuperare il valore del silenzio operoso. Meno dichiarazioni e più realizzazioni. Meno campagne permanenti e più capacità di affrontare i problemi concreti. Meno ricerca del consenso immediato e più visione di lungo periodo.

Perché alla fine non saranno le parole a migliorare il nostro Cantone, ma i fatti. E oggi, più che di nuove discussioni, abbiamo bisogno di un vero cambio di marcia.

Leggi anche: Ticino, tante proposte culturali ma… la qualità?

Una risposta

  1. Interessante questo articolo, purtroppo abbiamo un problema reale, cioè che si rischia che la politica e il dibattito pubblico si concentrino troppo sulla comunicazione e troppo poco sull’esecuzione.

    Detto questo in democrazia parlare, spiegare e confrontarsi non è rumore: è anche parte del lavoro, serve a rendere trasparenti le scelte e a permettere controllo pubblico. Il problema non è la quantità di parole, ma quando le parole non sono seguite da decisioni verificabili. Secondo me il vero equilibrio non è tra parlare e agire, ma tra comunicare bene e soprattutto portare a termine ciò che si promette.

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