Kalie McCrystal, dispersa sul Cervino.

Il Cervino, il record e il limite: quando correre in montagna diventa una sfida troppo grande

Kalie McCrystal, skyrunner canadese di 38 anni, è dispersa sul Cervino da diversi giorni mentre cercava di realizzare un record di salita e discesa della Gran Becca. Una vicenda che riporta al centro il tema della ricerca del limite nello sport, ma anche quello della sicurezza in alta montagna, dell’abbigliamento e dei rischi legati ad affrontare da soli un ambiente estremo. Il caso di Kalie McCrystal sul Cervino solleva così una domanda difficile: quanto vale un record quando per inseguirlo si finisce per mettere in gioco la propria sicurezza?

La montagna non è una pista. E il Cervino, forse più di ogni altra cima delle Alpi, sembra ricordarcelo nel modo più drammatico.

Da giorni si cercano sul versante italiano del Cervino le tracce di Kalie McCrystal, skyrunner canadese di 38 anni, scomparsa il 1° settembre mentre si stava preparando a tentare un’impresa di grande difficoltà: salire e scendere il Cervino in meno di cinque ore, lungo la Cresta del Leone.

McCrystal non era certo una principiante. Era un’atleta di alto livello, con una lunga esperienza nella corsa in montagna e sui terreni tecnici d’alta quota. Aveva già salito il Cervino e, poche settimane prima della scomparsa, aveva effettuato da sola la salita e la discesa dalla Cresta dell’Hörnli in 6 ore, 47 minuti e 33 secondi.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che fanno riflettere.

Il fascino pericoloso del record

Il problema, infatti, non è stabilire se Kalie McCrystal fosse preparata. Evidentemente lo era. E non è nemmeno corretto, oggi, giudicare a posteriori le sue decisioni senza conoscere esattamente cosa sia accaduto sul Cervino.

La domanda è un’altra: quanto può spingersi oltre la ricerca della prestazione quando il terreno non è più quello di una gara?

Un record su una montagna come il Cervino non significa semplicemente correre più forte. Significa muoversi velocemente su una cresta estremamente esposta, dove una perdita di equilibrio, un errore di percorso, un cambiamento delle condizioni o un problema fisico possono avere conseguenze enormemente diverse rispetto a quelle di una normale competizione di trail running.

La stessa McCrystal, in un’intervista pubblicata prima della sua scomparsa, spiegava di conoscere bene la differenza fra correre e affrontare un terreno alpinistico: il Cervino, diceva, presenta soprattutto il problema dell’esposizione e della discesa, tanto che normalmente molte persone affrontano la via con una guida e con la corda. Lei riteneva invece di possedere le capacità tecniche e la tolleranza al rischio necessarie per affrontarla più velocemente e con meno equipaggiamento.

Sono parole che oggi acquistano un peso particolare.

Perché il confine fra competenza e sicurezza, in alta montagna, non è sempre così netto.

Correre leggeri: una filosofia che ha un prezzo

C’è poi un altro dettaglio che colpisce: l’abbigliamento.

L’ultima fotografia conosciuta di McCrystal, scattata sopra la Capanna Carrel a circa 3.830 metri, la mostra con pantaloncini, una giacca leggera, scarpe da trail running e un piccolo zaino. Più tardi alcune alpiniste polacche l’hanno vista sopra i 4.000 metri, durante la discesa.

È un equipaggiamento coerente con la filosofia dello skyrunning: peso ridotto, velocità, essenzialità.

Ma su una montagna come il Cervino la leggerezza può diventare anche un problema. Non soltanto per la protezione dal freddo, dal vento o da un improvviso peggioramento delle condizioni, ma anche per un motivo molto più banale e concreto: essere visti.

I soccorritori hanno infatti sottolineato che McCrystal indossava una giacca bianca, elemento che rendeva particolarmente difficile individuarla fra le rocce della montagna.

È un particolare apparentemente secondario e invece importantissimo.

Forse dovremmo tornare a considerare l’abbigliamento da montagna non soltanto in funzione del comfort, della leggerezza o dell’estetica, ma anche della visibilità in caso di emergenza. Colori accesi e facilmente riconoscibili possono fare la differenza quando un elicottero deve individuare una persona immobile su una parete o su un versante roccioso.

In montagna, insomma, non sempre ciò che è più leggero è ciò che è più sicuro.

E quella solitudine?

C’è poi la domanda che molti si stanno ponendo: McCrystal era sola?

Le informazioni disponibili indicano che il tentativo del 1° settembre era una ricognizione individuale. Non risulta che fosse accompagnata da una guida o da altri compagni di cordata. Durante la salita incontrò una guida e in seguito due alpiniste polacche, che rappresentano oggi una delle ultime testimonianze sulla sua presenza in quota. Il fatto che avesse scelto in precedenza di affrontare da sola anche la Cresta dell’Hörnli conferma una modalità di frequentazione della montagna estremamente autonoma.

È stata una scelta imprudente? Non possiamo dirlo.

Affrontare da soli un itinerario difficile non significa automaticamente essere irresponsabili. Esistono alpinisti e skyrunner di grandissima esperienza che conoscono perfettamente le proprie capacità e scelgono consapevolmente l’autonomia.

Ma il Cervino introduce una variabile che nessuna preparazione può eliminare: l’imprevisto.

E quando si è soli, l’imprevisto pesa inevitabilmente di più.

La tecnologia cerca ora una risposta

Mentre familiari, amici e comunità del trail continuano a sperare, i soccorritori stanno cercando di ricostruire gli ultimi movimenti dell’atleta.

Una delle piste riguarda una seconda SIM presente nel telefono di McCrystal. Soccorso alpino valdostano e Guardia di Finanza stanno cercando di stabilire fino a quando sia rimasta attiva, utilizzando i dati telefonici per restringere l’area nella quale concentrare i sorvoli. Importante è anche la testimonianza delle due alpiniste polacche, che l’hanno vista durante la discesa sotto il Pic Tyndall, a oltre 4.000 metri.

È una scena che dice molto della montagna moderna: un’impresa nata dalla ricerca estrema della velocità viene ora ricostruita centimetro dopo centimetro attraverso telefoni, SIM, celle, elicotteri e sistemi di localizzazione.

E viene spontaneo chiedersi se, nella nostra corsa contemporanea verso il limite, non stiamo qualche volta dimenticando una cosa fondamentale.

La montagna non sa che stiamo facendo un record. Non sa che siamo allenati. Non sa che abbiamo studiato il percorso per mesi. Non sa nemmeno che abbiamo già percorso quella cresta altre volte.

Il limite non è sempre il record

Questa vicenda, qualunque sarà il suo esito, dovrebbe far riflettere soprattutto chi frequenta la montagna per sport.

Cercare il proprio limite può essere una delle esperienze più belle che lo sport possa offrire. Ma conoscere il proprio limite significa anche sapere quando fermarsi.

Il problema non è correre sul Cervino. Non è cercare un tempo. Non è nemmeno voler essere più veloci di chi ci ha preceduto.

Il problema nasce quando il cronometro comincia a pesare più della montagna.

Cinque ore sono un numero. La montagna non lo è.

E forse è proprio questa la differenza che dovremmo ricordare ogni volta che trasformiamo una cima, un sentiero o una parete in un campo di gara.

Perché sulla strada possiamo sempre fermarci.

Su una pista possiamo uscire.

In montagna, invece, può arrivare un momento nel quale non esiste più un pulsante per mettere la gara in pausa.

La vicenda di Kalie McCrystal ci obbliga dunque a una riflessione scomoda ma necessaria: nella ricerca della prestazione estrema, quanto rischio siamo davvero disposti ad accettare?

E soprattutto: il limite da superare deve essere sempre quello del cronometro, oppure qualche volta il vero limite da conoscere è quello che ci dice di tornare indietro?

Il record maschile di salita e discesa del Cervino dal versante italiano appartiene allo spagnolo Kilian Jornet, uno dei più grandi interpreti dello skyrunning mondiale. Il 21 agosto 2013, partendo da Breuil-Cervinia, raggiunse la vetta del Cervino, a 4.478 metri, attraverso la Cresta del Leone, per poi tornare al punto di partenza in appena 2 ore, 52 minuti e 2 secondi. La salita richiese 1h56’15”, mentre la discesa durò circa 56 minuti. Jornet migliorò di oltre 22 minuti il precedente primato, stabilito nel 1995 dall’italiano Bruno Brunod, che aveva impiegato 3h14’44”. Il confronto è interessante anche per comprendere la difficoltà dell’impresa di Kalie McCrystal: il suo obiettivo di scendere sotto le cinque ore era ben lontano dal ritmo del record assoluto, ma prevedeva comunque di affrontare una montagna tecnicamente impegnativa e di alta quota. Un particolare colpisce: anche Jornet, nel 2013, affrontò il Cervino con pantaloncini, maglietta e una giacca legata alla vita, un equipaggiamento che potrebbe sembrare sorprendentemente leggero. Ma proprio questo confronto suggerisce una riflessione importante: l’abbigliamento leggero non significa necessariamente imprudenza. A fare la differenza sono soprattutto esperienza, preparazione, conoscenza dell’itinerario, condizioni della montagna e margine di sicurezza.

Vedi anche: La skyrunner dispersa sul Cervino e quelle corse matte sul filo del rasoio: “Si è andati oltre”

Leggi anche: LA SCALATA IN SOLITARIA DEL CERVINO (4478 M) LUNGO LA VIA NORMALE

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