Perequazione finanziaria: un’occasione persa per il Ticino

Sul tema della perequazione finanziaria, il Ticino non può limitarsi a rivendicare di essere penalizzato, perché i problemi sono già noti e riconosciuti. Per incidere a Berna servono analisi indipendenti, dati solidi e argomentazioni tecniche credibili, non solo posizioni politiche. Senza un cambio di metodo, il rischio è di ripetere lo stesso fallimento nella prossima revisione della perequazione.

La recente decisione del Consiglio federale di non accogliere le richieste del Ticino sulla perequazione intercantonale segna la fine di una fase, ma pone una questione centrale: come si presenta il Ticino a Berna quando chiede di modificare il sistema?

Limitarsi a sostenere che il Cantone è penalizzato non è più sufficiente. I dati su salari, mercato del lavoro e dinamiche migratorie sono noti da tempo. Il problema non è dimostrare che esiste una criticità, ma costruire una base tecnica solida e credibile per sostenerla.

In questa prospettiva era forse opportuno incaricare un istituto indipendente per analizzare in modo sistematico la perequazione, ma il Consiglio di Stato sembra per il momento non aver ritenuto necessario questo approccio, privilegiando analisi interne e i processi già in corso.

La recente decisione negativa di Berna non è casuale. La perequazione è un meccanismo tecnico, complesso e difeso da altri Cantoni. Senza un dossier indipendente, basato su dati, modelli e simulazioni, è difficile ottenere cambiamenti.

Se il metodo non cambia, il rischio è di arrivare alla prossima revisione – attorno al 2030 – nelle stesse condizioni, con gli stessi risultati.

La questione non è solo avere ragione, ma saperla dimostrare in modo efficace.

La perequazione finanziaria intercantonale in Svizzera è un sistema che serve a ridurre le differenze economiche tra i cantoni. In pratica: I cantoni più ricchi contribuiscono con una parte delle loro risorse. I cantoni con meno mezzi ricevono questi fondi. L’obiettivo è garantire che tutti i cantoni possano offrire servizi pubblici essenziali (come scuola, sanità, infrastrutture) a un livello simile, anche se hanno capacità economiche diverse.

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