Sempre più giovani vivono il tempo come una risorsa che scarseggia: scelte da fare in fretta, aspettative elevate, paura di sbagliare e di restare indietro. Questo testo esplora il rapporto tra giovani e tempo nella società contemporanea, mettendo in luce l’impatto della pressione sociale, dell’ansia per il futuro e del mito della produttività continua. Senza giudizi né lezioni, emerge una riflessione sul valore del rallentare, del prendersi pause e del diritto di costruire il proprio ritmo di vita, anche quando va controcorrente.
Abbiamo davvero tempo per noi?
Quando si parla di giovani, si dice spesso che “hanno tutto il tempo davanti”.
Eppure, se li si ascolta davvero, il quadro è più complesso.
Molti giovani oggi vivono il tempo come qualcosa che scorre veloce, troppo veloce.
C’è la sensazione di dover decidere presto, di non potersi fermare, di non potersi permettere deviazioni. Ogni scelta sembra dover essere quella giusta, subito. Ogni pausa rischia di apparire come un ritardo.
È come se il tempo, invece di essere uno spazio da abitare, fosse diventato una corsa da non perdere.
La pressione del “fare”
La vita quotidiana è attraversata da richieste continue: risultati, obiettivi, competenze, visibilità. Anche il tempo viene misurato in termini di produttività. Vale se produce qualcosa, se porta avanti, se serve a costruire un futuro riconoscibile.
In questo contesto, per molti giovani diventa difficile concedersi momenti senza una funzione precisa. Momenti in cui non si migliora, non si accumula, non si dimostra nulla. Eppure sono proprio questi spazi, spesso, a permettere di capire chi si è e cosa si vuole davvero.
Il diritto a non sapere subito
Crescere non è un processo lineare.
Ci sono passaggi confusi, ripensamenti, soste che sembrano vuote ma che preparano qualcosa. Il problema non è la velocità in sé, ma l’idea che esista un solo ritmo corretto, valido per tutti.
Molti giovani si muovono con grande energia e intelligenza. Quello che spesso manca non è la capacità, ma il permesso di rallentare senza sentirsi in colpa.
Fermarsi non è scomparire
Fermarsi non significa rinunciare, né restare indietro.
Può voler dire prendersi il tempo di ascoltarsi, di capire se la direzione intrapresa è davvero propria, di accettare che non tutto debba chiarirsi immediatamente.
In una società che premia la velocità, la pausa diventa quasi invisibile. Eppure, senza pause, il rischio è quello di muoversi molto senza sapere davvero verso cosa.
Un pensiero condiviso
Questo non è un discorso “ai giovani”, ma un discorso che li riguarda.
Nasce dall’osservazione, dall’ascolto, dal confronto tra generazioni che abitano lo stesso tempo ma con strumenti diversi.
Forse la domanda non è se stiamo usando bene il tempo.
Forse è se il tempo che viviamo ci permette ancora di riconoscerci.
Difendere il proprio ritmo – anche quando non è efficiente, anche quando non è performante – non è un lusso.
È una forma di cura.



