Correre verso la notte: una sera sul Monte Boglia

In una sera qualunque, quando la luce del giorno sta per spegnersi sul Luganese, nasce il desiderio improvviso di salire verso la montagna. Così prende forma una corsa serale sul Monte Boglia, tra sentieri conosciuti, muri a secco, vecchie fontane e boschi che custodiscono memorie e silenzi. L’ascesa diventa un viaggio interiore: lontano dalla frenesia della città, il gesto semplice della corsa ritrova il suo significato più autentico. Non c’è cronometro, non c’è competizione. C’è soltanto il piacere del movimento, il respiro della natura e lo sguardo che finalmente si apre su panorami vasti e luminosi. Dalla cima del Boglia, sotto un cielo colmo di stelle e con la città che brilla lontana, il tempo sembra sospendersi. E nella discesa notturna, illuminata solo dalla luna e da una piccola pila, emerge il senso più profondo di questa fatica: riconquistare per un momento se stessi, ritrovare il silenzio e quella voce della montagna che parla a chi sa ascoltarla. Un racconto di corsa, natura e memoria, che invita a riscoprire il valore semplice e potente di un sentiero percorso al calare della sera.

Una corsa serale sul Monte Boglia

Ogni mattina, appena apro gli occhi, e ogni sera quando rientro a casa, il mio sguardo cade inevitabilmente su di loro. Le montagne che circondano il Luganese formano una sorta di grande anfiteatro naturale, austero e armonioso allo stesso tempo, che veglia silenzioso sulla città. È una presenza familiare, ma mai scontata: ogni volta sa sorprendere con la sua bellezza.

Se lo sguardo scivola lentamente verso destra, compaiono le linee morbide del Monte Bar e del Caval Drossa, poi le creste più aguzze dei Denti della Vecchia, e infine quel grande prato luminoso che si apre sul Monte Boglia. È uno spettacolo che invita, quasi chiama. Davanti a una visione simile è impossibile non sentire il desiderio di andarci.

A volte quel richiamo diventa più forte. Accade soprattutto quando sento il bisogno di allontanarmi dal ritmo serrato della città, quando nasce dentro di me il desiderio di ritrovare la natura e di lasciare che lo sguardo si perda libero, respirando un’aria più limpida e più vera.

Il Ticino ha questo dono straordinario: offre luoghi di pace e di bellezza a pochi passi dalle case, piccoli belvederi sospesi tra terra e cielo dove l’anima può respirare. Da lassù i tramonti sembrano dipinti, e il tempo pare rallentare. Io sono fatto così: ogni volta che posso inseguo quella bellezza.

Così succede che una sera rientri a casa, mi cambi in fretta e parta. La meta è il Boglia. Non in bicicletta, questa volta, ma di corsa, nello spirito libero del trail runner. Parto con la fretta di chi vuole catturare ancora qualche ora di luce, sapendo già che il ritorno avverrà sotto il chiarore quieto della luna. Non importa: nello zaino ho una piccola pila che illuminerà il sentiero.

Salendo, tutto cambia. Sopra il villaggio di Cureggia, proprio dove l’ultimo lampione sorveglia una siepe di biancospino, sembra di attraversare una soglia invisibile. È come entrare in un’altra dimensione. Correndo tra gli alberi ritrovo qualcosa che nella vita quotidiana spesso si perde: dignità, poesia, senso.

Non porto con me orologi. Col tempo sono diventato uno sportivo romantico: non cerco più la prestazione. Mi basta il gesto del correre. Il sentiero sale dolcemente verso Brè, costeggiando la montagna senza strappi e senza fretta.

È un cammino che conosco da molti anni, percorso tante volte quando ero più giovane. Non ha nulla di spettacolare, eppure possiede un fascino segreto. I muri a secco, le staccionate, le vecchie fontane raccontano storie antiche. Camminare qui è come sfogliare un libro di memoria, una trama silenziosa fatta di lavoro, fatica e vita.

Il sentiero continua così fino alla cima del Boglia. E quando finalmente si arriva al grande prato sommitale, lo sguardo si apre su un panorama vasto e luminoso. Vale la pena fermarsi un momento, sedersi sull’erba e contemplare il bagliore lontano della città. Sopra, il cielo è pieno di stelle. Attorno, il silenzio della montagna.

Poi arriva il momento della discesa. Con la pila accesa devo fare attenzione a ogni passo. La notte è scesa, e i raggi della luna cadono obliqui tra gli alberi, rendendo il sentiero ancora più misterioso. Conosco bene queste montagne: qui abitano molti dei miei ricordi. E a volte, nel silenzio, sembra quasi di sentire un coro lontano… un silenzio popolato di voci che bisbigliano.

Molti mi chiedono perché salire fin lassù di corsa. Perché affrontare tanta fatica senza un motivo apparente.

La verità è semplice: non lo sanno.

Non sanno che chi vive in città, inseguendo ogni giorno il tempo senza mai raggiungerlo, ha bisogno talvolta di fermarsi. Ha bisogno di riconquistare la propria vita, di ritrovare una strada che lo riporti al centro di sé.

E forse non immaginano nemmeno quanto possa mancare, quando non c’è più, quest’aria limpida della montagna, questo silenzio pieno di voci, questa notte che accompagna il ritorno lungo un sentiero ripido sotto la luna.

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