Alpe d’Huez, il giudice supremo del Tour: nel 2026 due giorni per entrare nella leggenda

Nel Tour de France 2026, l’Alpe d’Huez sarà protagonista di due tappe consecutive, il 24 e 25 luglio, collocate nel terzultimo e penultimo giorno di gara, destinate a risultare decisive per la conquista della maglia gialla. La storia dell’Alpe al Tour cominciò nel 1952, quando Fausto Coppi vinse la prima tappa con arrivo in quota della Grande Boucle, inaugurando una leggenda che avrebbe visto trionfare campioni come Hinault, Pantani, Armstrong.

Ventuno tornanti, tredici chilometri e ottocento metri di salita, una strada che sembra arrampicarsi verso il cielo e una storia che coincide con quella stessa del ciclismo moderno. L’Alpe d’Huez non è semplicemente una montagna: è un teatro. E nel luglio del 2026 tornerà a essere il palcoscenico decisivo del Tour de France.

Non una volta, ma due.

Il 24 e il 25 luglio, terzultimo e penultimo giorno della Grande Boucle, l’Alpe sarà infatti protagonista di due tappe consecutive destinate a orientare, forse addirittura a decidere, la classifica finale. Una scelta che restituisce alla montagna francese il ruolo di giudice supremo delle grandi sfide, quando la fatica non lascia più spazio ai calcoli e ogni accelerazione può trasformarsi in un capitolo di storia.

Non è un caso che il Tour torni a cercare il suo destino qui. Perché la passione, la drammaturgia e il fascino epico della corsa sono nati sulle montagne.

Fu infatti Alphonse Steinès, giornalista e organizzatore visionario, a comprendere che il Tour avrebbe trovato la propria anima sulle grandi salite. Fu lui a immaginare una corsa che osasse affrontare giganti allora considerati quasi impraticabili. L’Aubisque, il Tourmalet e il Galibier entrarono così nel racconto della Grande Boucle e ne cambiarono per sempre il destino. Da quel momento il Tour non fu più soltanto una gara di resistenza: divenne un romanzo popolare fatto di eroi, crisi, riscatti e imprese impossibili.

L’Alpe d’Huez sarebbe arrivata più tardi. Ma quando arrivò, cambiò tutto.

Era il 1952. Per la prima volta nella storia del Tour de France una tappa si concludeva in quota. La montagna scelta era ancora poco conosciuta al grande pubblico, ma quel giorno entrò definitivamente nella leggenda. A vincere fu Fausto Coppi, il più grande di tutti.

Il Campionissimo staccò i rivali lungo gli ultimi quattordici chilometri e raggiunse il traguardo in 45 minuti e 22 secondi, alla straordinaria media di 18,664 chilometri orari. Oggi quei numeri potrebbero sembrare ordinari ai tempi delle biciclette ultraleggere e delle preparazioni scientifiche. Allora furono un prodigio. Le strade erano diverse, i mezzi rudimentali, le condizioni infinitamente più dure. Coppi precedette Jean Robic e Stan Ockers e scrisse il primo capitolo della storia d’amore tra il Tour e l’Alpe d’Huez.

Da quel giorno la montagna divenne un santuario.

Passarono i decenni e arrivarono altri campioni. Hennie Kuiper trionfò nel 1977 e nel 1978. Joaquim Agostinho conquistò la vetta nel 1979. Beat Breu la fece sua nel 1982. Luis Herrera incantò gli appassionati nel 1984. Bernard Hinault impose la propria legge nel 1986.

Poi arrivarono altre generazioni, altri eroi, altre rivalità. L’Alpe vide le vittorie di Marco Pantani e Lance Armstrong, campioni straordinari accomunati da destini sportivi e umani complessi, che finirono per gettare ombre sulle loro imprese. Ma la montagna, come sempre, rimase più grande degli uomini che la attraversavano.

Anche nell’epoca contemporanea l’Alpe continua a misurare la grandezza dei campioni. Nel 2022 Jonas Vingegaard e Tadej Pogačar affrontarono insieme la salita durante la dodicesima tappa del Tour, quella vinta dal britannico Tom Pidcock dopo una fuga memorabile. I due dominatori dell’ultima generazione scalarono i ventuno tornanti in 39 minuti e 8 secondi, un tempo sufficiente per entrare nella top 20 di sempre, ma ancora distante dal record assoluto fissato da Marco Pantani nel 1995: 36 minuti e 50 secondi, una prestazione che continua a rappresentare il riferimento cronometrico della montagna.

Eppure la magia dell’Alpe d’Huez non si misura soltanto con il cronometro.

La sua forza sta nella sua forma.

I ventuno tornanti disegnano infatti un anfiteatro naturale unico al mondo. Gli spettatori possono osservare i corridori da più punti della salita, seguirne la progressione curva dopo curva, assistere ai cambiamenti della corsa quasi come se sfogliassero le pagine di un libro illustrato.

Ogni tornante è un capitolo. Ogni rettilineo una suspense. Ogni attacco una svolta narrativa.

È questo il segreto della sua popolarità. L’Alpe d’Huez permette al pubblico di vedere il ciclismo come un racconto che si sviluppa davanti agli occhi. Un perfetto romanzo illustrato di ventuno episodi.

Per questo le due tappe del 24 e 25 luglio 2026 promettono di essere molto più di una semplice sfida sportiva. Arriveranno quando il Tour sarà ormai prossimo alla conclusione, quando le energie saranno consumate e la pressione massima. Due giorni consecutivi sulle montagne significano due occasioni per attaccare, due possibilità di crollare, due opportunità per diventare immortali.

Forse il vincitore del Tour 2026 sarà già in maglia gialla prima di arrivare all’Alpe. Oppure no.

La storia insegna che nessun vantaggio è davvero al sicuro tra questi ventuno tornanti.

Perché qui, più che altrove, il Tour de France torna a essere ciò che Alphonse Steinès aveva immaginato oltre un secolo fa: un grande romanzo d’avventura scritto sulle montagne.

Leggi anche: Vingegaard e il giorno in cui il Ticino si fermò a guardare il Giro

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