Vingegaard e il giorno in cui il Ticino si fermò a guardare il Giro

Cronaca dal vivo della straordinaria tappa ticinese del Giro d’Italia, vissuta dal sottoscritto lungo la salita verso Carì, nel cuore di una giornata destinata a restare nella memoria collettiva

Il Giro d’Italia ha attraversato ieri il Ticino in una giornata luminosa e memorabile, trasformando le valli di Blenio e Leventina in un grande teatro popolare di entusiasmo, fatica e bellezza condivisa. Sulle rampe verso Carì, dove ero presente a Molare negli ultimi chilometri decisivi, Jonas Vingegaard ha trovato l’allungo irresistibile che gli ha consegnato la vittoria di tappa e forse anche il Giro, in un luogo che lui stesso ha definito speciale per la sua storia personale. È stata una di quelle rare giornate in cui il ciclismo riesce a mostrare tutta la sua forza narrativa e umana, lasciando al Ticino un ricordo destinato a durare nel tempo.

Nicola Pfund, giornalista e blogger

Il Giro d’Italia arriva sempre prima del suo rumore. Arriva nelle serrande alzate di buon mattino, nei tavolini trascinati fuori dai bar, nei bambini con la maglia rosa troppo larga e negli anziani che aspettano sul ciglio della strada con la pazienza di chi sa che certe emozioni, per essere vere, devono farsi attendere. Ma ieri, 26 maggio 2026, il Giro in Ticino è arrivato soprattutto nella luce: una luce piena, tersa, quasi estiva, capace di far brillare le pietre dei villaggi, i prati delle valli e i volti della gente accorsa lungo le strade da Bellinzona fino a Carì.

È stata una giornata che il Ticino ricorderà a lungo. Non soltanto per la grandezza sportiva dell’evento, ma perché per un giorno intero le valli – la valle di Blenio, la Leventina – hanno smesso di essere luoghi appartati, silenziosi, talvolta persino dimenticati. Si sono riempite di vita. Di voci. Di bandiere. Di biciclette appoggiate ai muretti. Di famiglie intere uscite di casa come si esce per una festa di paese o per una ricorrenza importante.

Il ciclismo ha questo privilegio raro: non appartiene agli stadi, non chiede cancelli né biglietti. Attraversa il mondo e lo restituisce alle persone. Passa nei paesi piccoli e li rende, per qualche ora, il centro esatto dell’attenzione collettiva. È uno sport duro e popolare insieme, fatto di fatica assoluta ma anche di vicinanza umana. Si vede il sudore, si sente il respiro degli atleti, si percepisce il rumore secco delle catene sotto sforzo. Non esiste distanza tra il campione e chi lo guarda.

E ieri il campione aveva il volto scavato e determinato di Jonas Vingegaard. Tutti aspettavano quel momento. Tutti lo volevano. A sei chilometri dal traguardo, quando la salita verso Carì aveva ormai consumato le gambe e tolto ogni maschera, il danese ha fatto ciò che fanno i grandi corridori: ha scelto un punto preciso della montagna e lì ha cambiato il destino della corsa. Il suo allungo è stato netto, irresistibile. Non uno scatto rabbioso, ma una progressione fredda e implacabile, quasi geometrica, davanti alla quale gli altri hanno potuto soltanto cedere metri e speranze.

Da quel momento la montagna ha capito chi avrebbe vinto.

E forse non è stato un caso che ciò sia avvenuto proprio qui, in Ticino. All’arrivo, Vingegaard lo ha detto con semplicità: “Per me questo è un arrivo speciale perché speciale per me è il Ticino dove vi ho abitato in passato. Conosco queste strade e davvero oggi ci tenevo ad essere protagonista”. Parole che hanno dato alla sua vittoria qualcosa di più personale, quasi affettivo. Come se quelle strade, percorse un tempo nell’anonimato degli allenamenti, lo avessero atteso per consegnargli una delle giornate decisive della sua carriera.

A Molare, due chilometri sotto il traguardo, la corsa aveva ormai assunto il suo volto definitivo. Lì si vedeva tutto con chiarezza: la determinazione feroce dei primi, la concentrazione assoluta, il dolore trasformato in volontà. E poi, uno dopo l’altro, gli altri corridori. Giovani, magrissimi, potentissimi, con gli occhi fissi verso l’alto. Nessuno che cercasse davvero gloria personale in quel momento: volevano soltanto arrivare in cima. Resistere. Non cedere.

Ed è forse questa la grandezza del ciclismo: raccontare la fragilità umana attraverso lo sforzo. In nessun altro sport la sofferenza è così visibile e così condivisa. La salita mette tutti davanti alla verità. Non ci sono tattiche che possano nascondere la fatica, né artifici che possano mascherare il limite. C’è soltanto un uomo, una bicicletta e una montagna.

Per questo la folla applaudiva tutti, non solo i primi. Applaudiva chi lottava contro il tempo massimo, chi saliva zigzagando, chi stringeva i denti nell’ultimo chilometro. Perché il pubblico del ciclismo riconosce istintivamente la dignità dello sforzo.

E allora sì, questa tappa è stata un successo per il Ticino. Non soltanto dal punto di vista organizzativo o turistico. È stata un’affermazione emotiva, quasi identitaria. Per un giorno queste valli hanno mostrato la loro bellezza al mondo e, nello stesso tempo, hanno ritrovato sé stesse nello sguardo entusiasta della gente.

Quando il sole ha iniziato a scendere dietro le montagne e le strade si sono lentamente svuotate, è rimasta nell’aria quella sensazione rara delle giornate riuscite davvero. Quelle che sembrano già nostalgia mentre le si vive.

E questa volta, davvero, valeva la pena esserci.

Photo: © 2026 NP

Una risposta

  1. Leggere questo racconto mi ha riportato lì, su quelle rampe verso Carì, con la pelle d’oca. Incontrare un campione come Jonas Vingegaard e vedere una pagina così speciale proprio sulle strade del nostro Ticino è stata un’emozione unica. Una giornata così che resterà nel cuore di chi c’era.

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