Coach o guru? Come riconoscere i falsi maestri nello sport

Sport e consapevolezza: fidarsi del coach è utile, ma senza cedere la propria libertà. Impara a restare il tuo primo allenatore.

Nello sport, come nella vita, la figura dell’allenatore è spesso percepita come guida imprescindibile, punto di riferimento tecnico e motivazionale. Tuttavia, non è raro che questa funzione assuma i tratti di una sorta di “guru”, a cui gli atleti — soprattutto i più giovani o i più fragili — si affidano senza spirito critico.

Il rischio è evidente: si delega completamente ad altri la responsabilità del proprio percorso, smarrendo la capacità di ascoltare il corpo, riconoscere i propri limiti, valutare i reali benefici o i potenziali danni di ciò che si sta facendo.

La ricerca di un modello carismatico può diventare un’arma a doppio taglio. Da un lato, la passione e l’energia di un coach possono motivare e stimolare al miglioramento. Dall’altro, l’autorità mal gestita può sfociare in imposizioni, metodi discutibili o persino pratiche dannose per la salute fisica e psicologica dell’atleta. La figura del “coach-guru” rischia allora di oscurare ciò che dovrebbe essere il nucleo dell’attività sportiva: la crescita armonica della persona, nel rispetto dei suoi ritmi e delle sue esigenze.

Il primo vero allenatore, in fondo, dovremmo essere noi stessi. Non nel senso di rinunciare a ogni guida esterna — perché il sapere tecnico e l’esperienza hanno un valore innegabile — ma nel senso di mantenere sempre attiva una coscienza vigile. Saper osservare il proprio corpo, ascoltare i segnali che manda, porsi domande, sviluppare senso critico: questa è la base di un rapporto equilibrato con lo sport. Un buon coach, infatti, non sostituisce mai la capacità di autodeterminazione dell’atleta, ma la potenzia, aiutandolo a diventare progressivamente indipendente.

In definitiva, lo sport dovrebbe insegnare autonomia e consapevolezza, non cieca obbedienza. Affidarsi significa fidarsi, non annullarsi. È in questa sottile distinzione che si gioca la vera sfida educativa: imparare a essere atleti liberi, capaci di trarre ispirazione da un maestro, ma sempre guidati dalla bussola più importante — quella interiore.

7 risposte

  1. Concordo pienamente. La linea che separa l’autorevolezza di un allenatore preparato e motivatore dall’autorità imposta da questi pseudo-guru è molto sottile. Una figura motivante è sicuramente utile, anche per gli sportivi dilettanti, non deve diventare una presenza opprimente, prevaricante o che impone determinate pratiche. L’atleta non deve mai perdere la propria autonomia decisionale! Inoltre un bravo coach, oltre all’empatia e al carisma dovrebbe avere una buona preparazione tecnica (che a volte questi pseudo-guru non hanno…).
    Un bravo allenatore non si improvvisa…. Diffidate dalle imitazioni 😁

  2. Riflessione molto importante! soprattutto oggi, quando ci si è abituati a farsi condurre dallo smartphone (dalla A.I. in prospettiva futura. D’accordo con Egidio, dunque.
    In ambito sportivo era stato clamoroso il caso delle Ginnaste russe spinte agli eccessi fisici dai propri allenatori fin anche ad un infortunio grave con immobilizzazione (non ricordo il nome della Atleta che aveva pagato duramente la volontà dei coach di VINCERE gare).
    Clamoroso, in positivo, la Ginnasta americana Simone Biles che si era fermata per un anno non resistendo più psicologicamente allo stress mentale e fisico al quale veniva sottoposta dai propri coach.

    1. Trovato! era Elena Mukhina che si era fratturata una vertebra cervicale in un atterraggio “alla Thomas”. Ancora oggi si parla di lei come spinta al massimo dai vertici sportivi CCCP per contrastare la Nadia Comaneci. Storia molto interessante e triste e tragica, se Vi interessa la si trova certamente in Rete.
      Ah, quell’atterraggio in rotazione appoggiando la schiena fu bandito dalla federazione di Ginnastica mondiale.

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