Rappresentazione astratta dell'epoca degli esperti e dei presunti esperti, tra rumore delle opinioni e valore dell'ascolto autentico.

L’epoca degli esperti: quando tutti insegnano e quasi nessuno ascolta

Viviamo nell’epoca degli esperti e dei presunti esperti, dove sempre più persone sentono il bisogno di dispensare consigli, spesso senza una reale competenza o senza la necessaria esperienza. In un mondo dominato dalla visibilità, dalle opinioni immediate e dalla poca capacità di ascolto, rischiano di perdersi le voci autentiche di chi possiede davvero conoscenza e profondità. La lezione di Socrate resta attuale: riconoscere i propri limiti e sapere di non sapere è il primo passo verso la vera saggezza.

Nicola Pfund, giornalista e blogger

Viviamo in un tempo singolare. Un tempo in cui sembra che tutti abbiano qualcosa da insegnare e sempre meno persone abbiano voglia di imparare.

È un fenomeno che si osserva anche in Ticino, ma sarebbe ingenuo pensare che riguardi soltanto la nostra realtà. È una tendenza diffusa, figlia del nostro tempo, che attraversa i social media, la televisione, i giornali, i podcast, i dibattiti pubblici e perfino le conversazioni quotidiane.

Ovunque si respira la stessa sensazione: parlare sembra essere diventato più importante che ascoltare.

L’inflazione degli esperti

Naturalmente gli esperti sono sempre esistiti e continueranno a esistere. La società ha bisogno di persone competenti, preparate e autorevoli. Il problema non sono gli esperti. Il problema è l’inflazione degli esperti.

Oggi basta praticare uno sport da qualche tempo, leggere qualche libro su un determinato argomento o accumulare una certa esperienza personale perché qualcuno si senta già pronto a dispensare consigli.

Lo si vede nello sport. Basta qualche stagione di allenamento e subito compare l’invito: “Se vuoi migliorare, contattami.

Ma accade anche nella nutrizione, nella finanza, nella crescita personale, nella psicologia, nella politica, nell’educazione e praticamente in ogni altro settore.

La competenza, talvolta, sembra essere diventata un dettaglio.

Una società che premia chi parla

I social media hanno certamente amplificato questo fenomeno, ma non ne sono la causa.

Anche nei programmi televisivi assistiamo spesso a tavole rotonde dove tutti hanno un’opinione su tutto. Nei giornali trovano spazio commenti immediati su qualsiasi tema. Persino nelle conversazioni tra amici o colleghi succede sempre più spesso che ciascuno aspetti soltanto il proprio turno per parlare, senza ascoltare davvero ciò che l’altro sta dicendo.

Ascoltare richiede tempo. Parlare offre visibilità.

Ed è forse proprio qui uno dei nodi del problema.

Viviamo in una società che premia chi riesce a esprimersi con sicurezza, non necessariamente chi possiede maggiore competenza. La rapidità ha preso il posto dell’approfondimento. La convinzione viene spesso confusa con l’autorevolezza.

Perché succede?

Le spiegazioni possono essere molte.

Forse c’è una naturale ricerca di riconoscimento. Forse il bisogno di sentirsi importanti in una società nella quale il rischio dell’anonimato è sempre presente. Forse una forma di insicurezza che trova nell’esposizione pubblica una compensazione.

Oppure è semplicemente il segno di un’epoca in cui la visibilità viene considerata un valore in sé.

Non è necessariamente malafede.

Molte persone sono sinceramente convinte di poter aiutare gli altri. E talvolta ci riescono anche. Ma la buona volontà non coincide automaticamente con la competenza.

Il rumore che soffoca la qualità

L’effetto più preoccupante non è tanto la moltiplicazione delle opinioni.

È il fatto che le voci autenticamente competenti rischiano di perdersi nel rumore di fondo.

Chi ha dedicato anni allo studio, alla ricerca o all’esperienza sul campo è spesso anche la persona più prudente. Sa quanto sia complessa la realtà. Sa che ogni risposta genera nuove domande. Sa che il dubbio è parte integrante della conoscenza.

Paradossalmente, chi sa di più tende a esprimersi con maggiore cautela.

Chi sa meno, invece, spesso parla con maggiore sicurezza.

È un paradosso che la psicologia descrive da tempo, ma che oggi appare sempre più evidente nella vita pubblica.

L’umiltà come forma di intelligenza

Esiste una qualità che sembra essersi fatta più rara della competenza stessa.

L’umiltà.

Non l’umiltà intesa come modestia di facciata, ma quella autentica, che porta una persona a riconoscere i propri limiti, ad ascoltare prima di rispondere e ad accettare che esistano persone più preparate di lei.

È un atteggiamento che non indebolisce l’autorevolezza.

La rafforza.

Perché chi non teme di dire “non lo so” ispira spesso molta più fiducia di chi pretende di avere sempre una risposta pronta.

La lezione di Socrate

Più di duemila anni fa, Socrate lasciò un insegnamento che conserva una straordinaria attualità:

“So di non sapere.”

Non era una professione d’ignoranza.

Era il riconoscimento che la conoscenza autentica nasce dalla consapevolezza dei propri limiti.

Forse dovremmo recuperare proprio questo spirito.

In un’epoca in cui tutti sembrano voler insegnare, la vera saggezza potrebbe consistere nel tornare ad ascoltare.

Perché la competenza non ha bisogno di gridare.

E chi possiede davvero qualcosa di importante da dire, molto spesso, è anche colui che sa quando è il momento di tacere.

Leggi anche: Ticino, tante proposte culturali ma… la qualità?

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