Perdersi a Venezia: il viaggio più bello è quello senza meta

Il concerto non c’è stato, ma Venezia ha regalato qualcosa di ancora più prezioso: il tempo di scoprire la sua anima, tra calli, ponti e il silenzio della notte in Piazza San Marco

Il concerto è stato annullato, ma il viaggio no. E forse è stato un bene, perché Venezia non ha bisogno di grandi eventi per emozionare. Basta perdersi tra calli e ponti, lasciarsi guidare dal silenzio della sera e scoprire che la vera musica della Serenissima è quella della sua storia, della sua bellezza e dell’acqua che la avvolge da secoli.

Nicola Pfund, giornalista e blogger

Doveva essere il viaggio del concerto. L’appuntamento era con Claudio Baglioni in Piazza San Marco, una di quelle serate che si immaginano per mesi e che sembrano fatte apposta per diventare un ricordo. Poi è arrivata la notizia dell’annullamento, per l’indisponibilità del cantante. Il motivo del viaggio era venuto meno, ma non il desiderio di partire. L’albergo era prenotato e Venezia era lì, ad aspettarci come ha fatto con milioni di viaggiatori nel corso dei secoli.

Così siamo andati lo stesso.

E, ancora una volta, Venezia ha dimostrato di non avere bisogno di eventi straordinari per essere straordinaria. La sua bellezza non va in scena a un’ora prestabilita: vive in ogni pietra, in ogni riflesso d’acqua, in ogni calle che sembra nascondere un piccolo segreto.

Il primo giorno ho camminato verso la stazione, spingendomi fino all’Accademia. Il secondo mi sono lasciato attirare dalla parte opposta della città, senza una vera meta. A Venezia è quasi inutile programmare il percorso. La città invita a smarrirsi con fiducia, perché ogni deviazione conduce comunque a qualcosa di inatteso.

Una calle stretta si apre all’improvviso su un campiello silenzioso. Un ponticello di pietra conduce verso un canale dove l’acqua scorre lenta, accarezzando le fondamenta di palazzi che sembrano galleggiare nel tempo. Le facciate consumate raccontano secoli di commerci, di incontri, di splendore e di decadenza. Qui la storia non è rinchiusa nei musei: abita le case, le finestre, i portoni, perfino l’odore dell’aria salmastra che si insinua tra i muri.

Camminando senza fretta si comprende che Venezia non si lascia conquistare con uno sguardo veloce. Chiede tempo. Chiede attenzione. Invita ad alzare gli occhi verso una bifora gotica, a soffermarsi sul riflesso di una facciata nell’acqua, ad ascoltare il rumore dei passi che riecheggiano sulle pietre consumate da generazioni di veneziani e di viaggiatori.

Poi arrivano i luoghi simbolo, quelli che appartengono all’immaginario del mondo intero. Il Ponte di Rialto continua a dominare il Canal Grande con la naturale eleganza delle opere immortali. Piazza San Marco resta il salotto d’Europa, come la definì Napoleone, un luogo dove lo stupore resiste persino all’abitudine. Poco distante, il Ponte dei Sospiri conserva anche una traccia della nostra terra: nella sua progettazione si riconosce il talento di architetti ticinesi, un dettaglio che crea un sottile filo tra Venezia e le nostre valli.

Durante il giorno la città vive un incessante movimento. Migliaia di visitatori arrivano dai grandi traghetti, dai vaporetti, dai treni. Le calli si riempiono di lingue provenienti da ogni continente. I passi convergono verso Rialto e Piazza San Marco, come se tutta Venezia si concentrasse in pochi luoghi. Poi, quando il sole comincia a scendere, quel fiume umano lentamente rifluisce. I visitatori riprendono la strada verso la stazione, i parcheggi della terraferma, le navi che li riporteranno altrove.

Resta una città che continua a vivere secondo regole tutte sue. Qui non esistono automobili, motociclette o biciclette. Esistono l’acqua e i piedi. Camminare diventa il modo più autentico per entrare nell’anima di Venezia. Conviene arrivare preparati, perché le distanze si misurano in ponti attraversati e in calli percorse. Ma la fatica viene presto dimenticata. Ogni angolo offre una ricompensa, ogni svolta suggerisce una fotografia che nessuna guida turistica avrebbe saputo indicare.

È però la sera il momento in cui Venezia torna davvero ad appartenere a sé stessa.

Le calli si svuotano, il brusio della folla si dissolve e il rumore dell’acqua riprende il suo posto. Le luci si riflettono nei canali disegnando pennellate dorate che tremano sulla superficie scura. Si cammina quasi in punta di piedi, come se la città chiedesse rispetto per la propria quiete.

Anche Piazza San Marco cambia volto. La vastità dello spazio non intimorisce più. Le orchestrine dei caffè storici diffondono melodie leggere che sembrano dissolversi nell’aria della sera. La Basilica emerge dalla penombra con una maestosità che non ha bisogno di parole.

Mi avvicino lentamente fino a pochi metri dal portale principale. Penso a quanti uomini e donne, nei secoli, hanno varcato quella soglia: mercanti, pellegrini, dogi, artisti, papi, sovrani, viaggiatori arrivati da ogni angolo del mondo. Per un istante il tempo sembra annullarsi. Non c’è folla. Non c’è rumore. Rimangono soltanto la pietra, la luce soffusa e il silenzio.

In quel momento nasce un dialogo muto tra me e la basilica. Non servono parole. Basta lasciarsi avvolgere dalla sua presenza, dalla sua storia, dalla consapevolezza di essere soltanto un piccolo frammento nel lungo racconto di questa città irripetibile.

Il concerto non si è mai tenuto. Eppure, tornando a casa, ho avuto la sensazione di non aver perso nulla.

Perché Venezia possiede una musica tutta sua. Non nasce dagli strumenti né dalle voci, ma dal lento sciabordare dell’acqua contro le fondamenta, dall’eco dei passi sulle pietre antiche, dal rintocco lontano delle campane e da quel silenzio che, quando cala la notte su Piazza San Marco, riesce ancora a raccontare più di qualsiasi melodia.

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