Salone del Libro di Torino 2026 da record: 254mila visitatori e il paradosso della lettura

Al Salone Internazionale del Libro di Torino di questi giorni ha colpito la grandissima affluenza, con oltre duecentomila presenze e padiglioni costantemente pieni: un segnale forte che, nonostante tutto, il libro non sembra affatto in crisi. Eppure, dentro questo entusiasmo collettivo, emerge anche una contraddizione: in molti spazi la ressa, il rumore e la confusione rendevano difficile vivere quel rapporto lento e silenzioso che la lettura richiede. Perché acquistare un libro non è soltanto consumare un prodotto, ma entrare in un’atmosfera fatta di tempo, calma e raccoglimento, elementi che spesso al Salone sembravano mancare.

Al Salone Internazionale del Libro di Torino di questi giorni (ci sono stato anch’io, ieri) colpisce soprattutto una cosa: la folla. Una folla enorme, continua, quasi sorprendente. Il Salone ha chiuso con numeri da record: dal 14 al 18 maggio i visitatori sono stati 254mila, contro i 231mila dell’edizione 2025. Padiglioni pieni fin dalle prime ore del mattino, corridoi intasati, code agli stand, incontri affollatissimi. Un’immagine che, in un tempo in cui si ripete spesso che “nessuno legge più”, ha qualcosa di potentemente rassicurante.
Perché vedere migliaia e migliaia di persone muoversi tra libri, editori, autori e presentazioni significa una cosa molto semplice: il desiderio di leggere esiste ancora, eccome.

A Torino il libro, almeno per qualche giorno, è tornato ad essere un oggetto centrale, desiderato, cercato. Si sfogliano novità, si cercano titoli, si ascoltano scrittori, si fotografano copertine, si esce con borse piene di acquisti. In mezzo al dominio degli schermi e della velocità digitale, il successo del Salone sembra quasi una piccola rivincita della carta, della parola scritta, della curiosità culturale.

Eppure, dentro questa bellissima immagine collettiva, c’è anche qualcosa che a me personalmente ha fatto riflettere. Perché il libro è, per sua natura, un incontro silenzioso. È lentezza, attenzione, tempo sottratto al rumore. E invece, in molti padiglioni, la sensazione dominante era opposta: confusione, ressa, spintoni, voci sovrapposte, movimento continuo. C’era gente ovunque: persone che si fermavano pochi secondi davanti a una copertina, scorrevano rapidamente i tavoli, acquistavano d’impulso e ripartivano trascinate dalla corrente umana.

Una contraddizione affascinante, quasi paradossale: la celebrazione del libro dentro un ambiente che spesso rende difficile proprio quell’intimità che la lettura richiede. Naturalmente l’entusiasmo resta una notizia splendida. Meglio padiglioni troppo pieni che deserti. Però viene anche da chiedersi se, per scegliere davvero un libro, non servirebbe un’atmosfera diversa: più calma, più raccolta, più silenziosa.

Per cui la domanda è questa: nella folla del Salone – 254mila visitatori quest’anno – è ancora possibile incontrare davvero un libro?

3 risposte

  1. Bellissimo vedere così tanta gente interessata ai libri, ma dove ci sono libri dovrebbe esserci più silenzio: la lettura ha bisogno di calma e concentrazione, non di confusione continua.

  2. Quando un evento è all’insegna di un interesse, un hobby, perfino una passione (collettiva), io non mi aspetterei certo tranquillità, anche se l’equazione (finora inossidabile) “biblioteche uguale silenzio” tende a creare questa aspettativa.
    Ma fino a che punto una vasta affluenza significa “tanti lettori accaniti”? Quanto spesso vi capita di accumulare libri senza trovare il tempo (o meglio, la volontà) di iniziarli. Tale tendenza in Giappone ha un nome tutto suo: Tsundoku.
    Resta tuttavia rassicurante sapere che l’interesse per saggistica e storytelling scritti è ancora vivo. Quale modo migliore per stimolare l’immaginazione?
    I personaggi immaginari, grazie alla loro natura fittizia, rimarranno per sempre la forma più antica di “intelligenza artificiale”. Un’intelligenza non strumentale che sta al lettore interpretare.

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