Sci alpinismo alle Olimpiadi: la sorpresa che conquista i Giochi tra fatica, spettacolo e cambi mozzafiato

Lo chiamano sci alpinismo, e forse il nome non rende fino in fondo l’idea. Ma una cosa è certa: è stata la sorpresa più luminosa di questa Olimpiade. Una di quelle discipline che arrivano in punta di piedi e, gara dopo gara, conquistano pubblico e curiosi, un po’ come accadde al triathlon quando fece la sua comparsa ai Giochi di Sydney 2000.

Lo sci alpinismo colpisce subito per la dinamicità e per una varietà quasi cinematografica. Non c’è mai un attimo di respiro, né per chi gareggia né per chi guarda. Si parte lanciati in salita, sci ai piedi e pelli di foca ben aderenti. Poi, all’improvviso, si cambia scenario: sci in spalla, corsa su una scalinata di 42 gradini, cuore in gola e gambe che bruciano. Ancora sci, ancora salita, fino all’ultimo cambio, il più delicato: via le pelli di foca e giù, in discesa, tra le porte di uno slalom che non perdona.

Nella prova individuale femminile il debutto olimpico ha già una firma autorevole: quella della neocastellana Marianne Fatton, capace di imporsi con autorità e lucidità tattica. Un successo che profuma di storia, perché ricorda da vicino il primo oro olimpico del triathlon, vinto dalla svizzera Brigitte McMahon proprio a Sydney: nuove discipline, nuove eroine, stesso impatto immediato.

Se l’individuale affascina, la staffetta mista alza ulteriormente l’asticella. Il percorso si allunga, la fatica si moltiplica e i cambi diventano un vero rompicapo: le pelli di foca vanno tolte, poi rimesse, poi di nuovo sfilate, in una danza tecnica che non ammette errori. Qui a brillare sono i francesi, ma il pubblico applaude con entusiasmo anche lo splendido secondo posto della coppia elvetica formata da Marianne Fatton e dal giovane zurighese Jon Kistler, che si riscatta dopo la sfortuna dell’individuale.

E allora la domanda viene naturale: perché lo sci alpinismo è la vera rivelazione di questi Giochi? Perché unisce resistenza e tecnica, esplosività e strategia. Perché obbliga gli atleti a continui cambi di ritmo e di assetto. E soprattutto perché offre un percorso che non annoia mai, che tiene costantemente sotto pressione e restituisce l’essenza più autentica dello sport: la sfida continua, contro il tempo, contro il terreno, contro se stessi.

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