Sciare sui pendii di Corviglia, a St. Moritz, è un’esperienza che va oltre lo sport: è un dialogo intimo con la montagna, un abbandono consapevole al ritmo antico della neve e della luce.
Quando agganci gli sci e ti lasci scivolare, il mondo si fa improvvisamente più essenziale. L’aria, sottile e cristallina, riempie i polmoni con una freschezza quasi elettrica; il silenzio, rotto solo dal sussurro delle lamine sulla neve, ha qualcosa di solenne, come se la montagna stesse concedendo udienza. Il primo pendio si apre davanti a te come una promessa: ampio, luminoso, disegnato dal sole che accarezza le curve del terreno e trasforma ogni cristallo di ghiaccio in una scintilla.
La discesa è un atto di fiducia. Il corpo trova il suo equilibrio naturale, i movimenti diventano fluidi, istintivi, e a ogni curva senti crescere un piacere profondo, quasi primordiale. È la gioia della velocità controllata, del vento che strappa un sorriso involontario, del cuore che accelera non per paura ma per entusiasmo puro. Attorno, l’Engadina si distende maestosa: vette severe e rassicuranti allo stesso tempo, laghi lontani che sembrano specchi di luce, e quel cielo terso che solo qui pare avere una profondità infinita.
A Corviglia c’è una sensazione rara: quella di essere al centro di un quadro vivente. Ogni discesa è diversa dalla precedente, perché cambia la luce, cambia la neve, cambi tu. C’è il piacere tecnico di una pista perfettamente preparata, ma anche quello più sottile di sentirsi parte di qualcosa di più grande, sospesi tra eleganza e forza, tra concentrazione e abbandono.
Quando ti fermi, magari poco sotto una cresta, e ti volti a guardare ciò che hai appena percorso, provi una gratitudine silenziosa. Le gambe vibrano ancora, il respiro si calma lentamente, e dentro resta una sensazione limpida, quasi luminosa: la certezza che in quel gesto semplice — scendere, curvare, lasciarsi andare — si nasconda una forma autentica di felicità…



