Vivere felici da pensionati in Svizzera: qualità della vita, tempo e libertà

Vivere da pensionati felici in Svizzera significa molto più che avere sicurezza economica. Questo articolo racconta come trasformare la pensione in una nuova fase di libertà, equilibrio e qualità della vita. Una riflessione sul tempo ritrovato, sul ritmo delle giornate e sul significato di vivere bene dopo il lavoro, in uno dei Paesi più stabili e organizzati al mondo.

La mattina, in Svizzera, ha un ritmo particolare quando non si lavora più. Le strade sono le stesse, i treni passano puntuali come sempre, ma tu non devi salirci per forza. La pensione inizia spesso così: con il tempo che improvvisamente non chiede più di essere riempito.

Per molti, questo è un sollievo. Per altri, una sorpresa. Perché andare in pensione non significa solo smettere di lavorare. Significa imparare a vivere senza l’orologio del lavoro. E questo, anche in un Paese organizzato e sicuro come la Svizzera, non è automatico.

Qui non manca quasi nulla. La sicurezza economica, per molti, è garantita. I servizi funzionano, la sanità è affidabile, il territorio invita a uscire, camminare, respirare. Ma una pensione serena non nasce solo da ciò che abbiamo, nasce da come usiamo il tempo che ci è stato restituito.

All’inizio, c’è spesso il rischio di vivere “come prima, ma più lentamente”. Stesse abitudini, stessi orari, stessi pensieri. Solo con meno obblighi. Eppure, la pensione non è una pausa lunga dal lavoro: è una fase nuova della vita, con regole diverse e possibilità che prima non c’erano.

In Svizzera, la libertà è concreta. È poter scegliere una passeggiata al mattino invece dell’ora di punta. È sedersi in un caffè feriale quando tutto è più calmo. È riscoprire il proprio territorio senza fretta. La vera ricchezza della pensione è la libertà di scegliere il ritmo delle proprie giornate.

Ma la felicità, anche qui, non arriva da sola. Le relazioni vanno coltivate. La curiosità va mantenuta viva. Serve un motivo per alzarsi al mattino, anche piccolo. Sentirsi utili non è un dovere, è un bisogno umano che non va in pensione.

Molti pensionati felici lo hanno capito: non riempiono le giornate a caso, le abitano. Scelgono attività che hanno senso per loro, non per dimostrare qualcosa. La pensione non è il tempo del “non fare nulla”, ma il tempo del “fare ciò che conta”.

In un Paese che offre stabilità e sicurezza come la Svizzera, c’è una grande opportunità: trasformare gli anni della pensione in anni di qualità. Non perfetti, non sempre leggeri, ma autentici. Vivere bene non significa avere giornate piene, ma giornate che lasciano qualcosa.

Alla fine, la domanda non è quanto dura la pensione, né quanto rende. La vera domanda è come vogliamo vivere questo tempo prezioso. Con paura di sprecarlo, o con il coraggio di assaporarlo davvero.

Perché in Svizzera possiamo permetterci una pensione dignitosa.
La sfida più grande è permetterci una pensione felice.

5 risposte

  1. Testo elegante, ma superficiale e profondamente mistificante: anche in Svizzera la “pensione come libertà” è appannaggio di chi ha avuto salari medio-alti e carriere lineari. Migliaia di donne e lavoratori precari, spesso con un passato migratorio, affrontano la vecchiaia con rendite insufficienti. Sotto la patina di serenità che caratterizza la riflessione (?) di Pfund si nasconde un privilegio di classe e di genere, spacciato per la norma.
    Simili infilate di logori stereotipi sulla “Svizzera felice” non aiutano a capire meglio la realtà. Al contrario, la offuscano, risultando non solo irritanti, ma anche irrispettose nei confronti dei (molti) pensionati che devono fare i conti per arrivare alla fine del mese.

    1. Il suo commento critico coglie un elemento reale – le disuguaglianze strutturali che attraversano anche il sistema pensionistico svizzero – ma lo utilizza in modo riduttivo e, paradossalmente, ideologico. Attribuire a Pfund l’intento di “spacciare un privilegio per norma” significa forzare il testo oltre ciò che effettivamente afferma. Una riflessione personale, dichiaratamente situata e non universalizzante, non diventa automaticamente mistificazione solo perché non si trasforma in un’analisi sociologica completa delle disuguaglianze di classe, genere e origine. Chiedere a ogni testimonianza individuale di farsi carico di tutte le fratture del sistema equivale a negare legittimità a qualunque esperienza che non coincida con quella dei più svantaggiati.

      Inoltre, il commento sembra confondere due piani distinti: la descrizione di un vissuto e la prescrizione di un modello. Che esistano pensionati in difficoltà è un dato incontestabile; ma riconoscere questa realtà non implica che ogni narrazione positiva della pensione debba essere tacciata di complicità con l’ingiustizia sociale. Al contrario, un dibattito pubblico maturo dovrebbe saper tenere insieme pluralità di esperienze, evitando una competizione morale tra chi “ha diritto” e chi no a raccontare la propria vecchiaia senza sensi di colpa.

      Infine, accusare di “stereotipi sulla Svizzera felice” rischia di diventare esso stesso uno stereotipo rovesciato: quello secondo cui ogni rappresentazione non cupa della realtà sociale sarebbe automaticamente falsa o offensiva. La critica sociale è tanto più efficace quanto più è precisa e proporzionata; quando scivola nell’invettiva, finisce per oscurare le stesse ingiustizie che vorrebbe denunciare. Difendere la dignità dei pensionati in difficoltà non richiede di delegittimare, con toni sprezzanti, chi racconta un’esperienza diversa. Con distinti saluti.

  2. Ringrazio il sig. Antonio per le sue considerazioni.
    Evidentemente non penso che una riflessione personale debba trasformarsi in un’analisi sociologica, né che in un testo poche righe si debba (o si possa) “dire tutto”. Il nodo è un altro: quando si scrive pubblicamente di temi sociali, le parole non sono mai neutre. Anche i racconti soggettivi contribuiscono a definire ciò che viene percepito come “normale”, desiderabile o rappresentativo.
    Al contrario di ciò che scrive nella sua replica, non siamo affatto di fronte alla semplice “descrizione di un vissuto”. Quando si usano formule generalizzanti come “In Svizzera, la libertà è concreta”, si produce una semplificazione che scivola nell’ideologia, perché vengono rese invisibili le traiettorie di tutti coloro per cui quella libertà è invece limitata.
    Soprattutto, non abbiamo a che fare con la conversazione privata di un cittadino “qualunque”, ma con l’intervento di un autore noto in Ticino, che si presenta come docente, giornalista e filosofo: una voce dotata di forte legittimazione nello spazio pubblico, da cui sembra legittimo pretendere una maggiore responsabilità comunicativa.
    Non si tratta di mettere in competizione le esperienze, né di negare il diritto di esprimersi a di chi vive una pensione agiata.
    Il mio commento critico voleva essere un semplice invito a valutare le implicazioni – sociali e politiche – delle parole che pronunciamo o scriviamo. Solo una richiesta di maggiore equilibrio e sensibilità, non certo una squalifica del vissuto altrui (e mi scuso se il tono può essere sembrato “sprezzante”).

    1. La ringrazio per la puntualizzazione. Resto tuttavia dell’idea che un racconto personale, dichiaratamente tale, non possa essere caricato di un’intenzione ideologica che non gli appartiene. Comprendo il richiamo alla responsabilità del linguaggio nello spazio pubblico, ma non condivido l’idea che ogni espressione soggettiva debba farsi carico di rappresentare tutte le traiettorie possibili. Il mio intento non era definire una “normalità”, bensì testimoniare un’esperienza. Il confronto è legittimo, purché non finisca per delegittimare il diritto di raccontare il proprio vissuto nei suoi limiti e nella sua parzialità.

  3. La pensione è una gran bella cosa se la si può vivere con una certa serenità… ma è vero che molte persone vi arrivano con pensioni misere e magari con la salute cagionevole e allora tutto diventa più difficile…

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