Programmati per muoverci

Retaggi ancestrali

L’organismo umano e la sua struttura non sono cambiati in modo significativo nel corso dei secoli. Da nomade, coltivatore e cacciatore, l’uomo percorreva fino a 48 km al giorno. Il nostro corpo è ancora in grado di fornire questa prestazione fisica. Ma, oggi come oggi, normalmente non percorriamo che alcune centinaia di metri al giorno. Di conseguenza molte persone soffrono di disturbi dovuti alla carenza di movimento. Un allenamento fisico mirato è in grado di sottoporre il corpo alla giusta dose di esercizio, mantenendolo in forma.

La tesi del biologo Daniel Liebermann

Se da un lato l’uomo ha raggiunto condizioni di vita e un benessere prima impensabili, dall’altro è travolto da un’ondata di vecchi e nuovi mali, dalle mai risolte problematiche legate a una schiena notoriamente debole alla recente epidemia di obesità. Una piaga sanitaria per i singoli individui, ma anche economica e sociale per intere comunità. Da Harvard arriva oggi la tesi del biologo Daniel Lieberman: la salute del nostro corpo è strettamente intrecciata alla sua storia evolutiva, a come esso nei millenni è cambiato in relazione all’ambiente circostante. Quindi dobbiamo guardare al nostro passato remoto per capire non solo come siamo, ma anche come saremo e come potremmo essere. D’altronde, ci dice Liebermann, l’evoluzione umana, e con lei la storia del nostro corpo, è tutt’altro che conclusa.

Fonte: A-Z fitness

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Adattare gli sforzi all’età che avanza…

Per l’agonista che arriva a una certa età e che si rende conto che di anno in anno i tempi peggiorano facendo sempre più fatica, è tempo di chiedersi se non è meglio rallentare. Fatti di cronaca riportano storie di grandi atleti che, dopo la loro stagione di gloria, invecchiando sono caduti in depressione, a volte con conseguenze drammatiche. In questi casi la domanda che ci si pone è questa: è giusto non mollare mai? Siamo sicuri che lo sport, sempre e comunque, faccia bene? A quest’ultima domanda rispondiamo di sì, lo sport fa bene e rallenta l’invecchiamento. L’importante, però, è rendersi conto che non si può sempre raggiungere, se non superare, i propri limiti: c’è un momento in cui, da saggi, si deve decidere di continuare si, ma con ritmi e lunghezze diverse, più adeguati all’età che avanza.

Fonte: A-Z fitness

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Dean Karnazes, l’uomo più in forma al mondo

Fino all’altro ieri i « pazzi », per quel che riguarda allenamenti e distanze, sembravano gli Ironman. Però a sentire la storia di Dean Karnazes, 50enne greco-americano che ha fatto delle ultramaratone la sua ragione di vita, anche il più intrepido dei triathleti sembra impallidire. Pensate: questo atleta ha iniziato a correre una ventina d’anni fa e da allora non ha praticamente mai smesso. Ha fatto maratone, ultramaratone, gare di più giorni, ha corso a più di 50 gradi, nel deserto della Valle della Morte, e a meno 40, al Polo Sud. Corre in continuazione, senza smettere, avendo anche la fortuna di non mai infortunarsi. Ha iniziato per una ragione singolare, ma vera. “Festeggiavo i miei 30 anni – racconta Karnazes – in un bar di San Francisco, la mia città. Ho bevuto molto: un drink, due, tre. Verso fine serata ero completamente ubriaco”. E, a quel punto è arrivata la tentazione sotto forma di una bella ragazza che si è seduta al suo tavolo ed ha attaccato bottone. C’erano tutte le condizioni, insomma, perché tutto andasse a finire nel modo più scontato. E invece no.
Dean ha lasciato il suo margarita, la sua tentazione e ha cominciato a correre. “Mi si chiudevano gli occhi, avevo le gambe che tramavano, ma non ho smesso”. Ha corso tutta la notte fino a che, all’alba ha chiamato la moglie Julie per andarlo a soccorrere e portarlo all’ospedale. È stata la svolta: da quel momento ha abbandonato l’alcool, ha iniziato una dieta rigorosa, ha lasciato il posto di manager che occupava e ha… continuato a correre. Ha pubblicato un libro (“Ultramarathon man”) che è diventato un best seller ed è stato invitato a parecchie trasmissioni in TV diventando un personaggio molto popolare. Oggi, Karnazes, è un mito ed è considerato, per via delle sue imprese e delle sue capacità fisiche, semplicemente l’«uomo più in forma del mondo». Karnazes si trova in questi giorni a Milano dove tiene degli incontri in vista della Maratona del 15 aprile.  Spiega come allenarsi, come alimentarsi, ma soprattutto come essere felici con poco: “C’è chi cerca la felicità nei soldi, nelle droghe, nell’alcool. Io la trovo ogni volta qui. Nel gesto più semplice e naturale: la corsa a piedi”.

Fonte: Triathlon, che passione!

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L’importanza dell’attività fisica

Serve almeno un’ora di attività fisica al giorno, come camminare di buon passo o andare in bici, per contrastare i danni causati da 8 ore giornaliere di sedentarietà, quelle comunemente trascorse al lavoro. È la conclusione a cui è giunto un nuovo studio condotto su oltre un milione di persone e pubblicato sull’autorevole rivista The Lancet.

Secondo gli autori, infatti, in questi ultimi anni ci sono stati troppo pochi progressi nella lotta contro la pandemia globale di inattività fisica. La sedentarietà è legata a un aumentato rischio di malattie cardiache, diabete e alcuni tipi di cancro ed è associato a più di 5 milioni di morti l’anno. Il gruppo di ricerca dell’Università di Cambridge e della Scuola Norvegese di Scienze dello Sport ha però valutato che chi siede per 8 ore al giorno, ma è fisicamente attivo, ha un rischio molto più basso di morte rispetto alle persone che trascorrono meno ore sedute, ma non fanno attività. Inoltre l’aumento del rischio di morte associato allo star seduti per 8 ore al giorno viene eliminato facendo almeno un’ora di attività fisica al giorno, come camminare o pedalare a ritmo sostenuto. Lo studio ha inoltre stimato che la sedentarietà costa all’economia mondiale oltre 67,5 miliardi di dollari annui in spese sanitarie e perdita di produttività, con un peso maggiore a carico dei paesi ad alto reddito. D’altronde, sottolineano i ricercatori, pur se ci sono stati progressi nello sviluppo di politiche nazionali contro la sedentarietà, troppo spesso non vengono messe in pratica: lo dimostra il 23% della popolazione adulta mondiale e l’80% degli adolescenti che nel 2015 non ha rispettato le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) di 150 minuti alla settimana di attività fisica a moderata intensità. Raccomandazioni tra l’altro più basse rispetto ai 60-75 minuti al giorno che emergono da questa analisi.
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Il triathlon, lo sport più salutare

Forse non tutti lo sanno, ma il triathlon è scientificamente ritenuto lo sport più salutare in assoluto. La conferma viene da uno studio condotto dall’Università di Vienna dove sono state messe a confronto 50 tra le discipline più diffuse  al mondo.

Ebbene, questa ricerca ha evidenziato come il triathlon è lo sport più salutare di tutti perché riesce a conciliare in modo ottimale la salute fisica e mentale con l’aspetto ecologico e sociale.

Il triathlon precede altre specialità aerobiche, come il canottaggio, il ciclismo, il jogging e il nuoto. Staccatissimi, per contro, altri sport più celebrati come il calcio o il tennis.

Il fatto poi di praticare tre discipline rende questo sport variato e più stimolante; senza dimenticare i benefici derivanti dal cross-training (allenamento incrociato) che riduce gli infortuni.

Fonte: Triathleta per passione, p. 31-32

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Quando il successo ti regala l’armonia

La fatica del corpo può essere sorda, avvilente oppure estatica, a seconda dei casi e dei gusti…
Ma il gesto atletico riuscito, il compimento perfetto della propria gara non lo è mai.
Perché riuscire ad esprimere in quel giorno e in quella situazione tutto il proprio potenziale costruito in mesi e mesi di duro allenamento è inconfondibile, sempre.
È come se andasse nella stessa direzione in cui ruotano sincroni i pianeti, ti mette in armonia con l’universo.

Foto: Ironman Switzerland

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