“Sasha Caterina e una favola australiana”, oggi sul CdT

Qui sotto l’intervista a Sasha Caterina, in occasione della sua partecipazione ai Campionati del mondo di triathlon in Australia, apparsa sul Corriere del Ticino del 12 settembre 2018.

“Il Ticino è un fazzoletto di terra, ma è sempre stato una piccola e sorprendente fucina di atleti di alto livello negli sport di endurance. Nella disciplina del triathlon, ad esempio, da ormai quasi vent’anni a questa parte, c’è stato con regolarità un nostro rappresentante in una manifestazione iridata, in particolare ai Campionati del Mondo di Ironman delle Hawaii, ma sempre più spesso anche nella distanza “dimezzata” dell’Ironman 70.3. Proprio in questa competizione si sono appena tenuti, a inizio settembre, i Mondiali di Port Elizabeth, in Sud Africa dove hanno concluso, mettendosi in bella evidenza, ben quattro ticinesi: Carola Fiori-Balestra, brillante terza nella classe d’età 45-49 anni, Gabriella Picco, Larissa Zanovello e Daniele Mazzola. Sabato 15 settembre toccherà invece al giovane Sasha Caterina difendere i colori rossoblù in una competizione iridata. Il 18enne di Minusio sarà infatti al via dei Campionati Mondiali Junior che si svolgeranno sulla Gold Coast in Australia, a 60 minuti da Brisbane. Caterina, che con Adriano Engelhardt, fresco vincitore del triathlon di Locarno, è tra le più belle e concrete promesse non solo del triathlon cantonale, ma anche svizzero, ha centrato l’obiettivo ottenendo il 6. rango tra gli élite lo scorso 5 agosto nella National League di Nyon. Un risultato, questo, che per il pupillo di Christophe Pellandini, allenatore del team TriUnion, rappresenta la consacrazione di una stagione 2018 praticamente perfetta, risultando 6. sul circuito della National League élite e 1. in quello Juniori fino ad oggi. Lo si è visto anche fra i protagonisti ai Campionati Europei Junior che si sono svolti a Tartu, in Estonia, nel mese di luglio, con una gara, la sua, portata a termine con grande determinazione senza una scarpa nella tratta in bici, ma che malgrado questo disagio ha saputo cogliere un brillante 25. rango, rientrando nei criteri per accreditare alla Svizzera un posto per un suo rappresentante ai Mondiali Juniori. A Sasha, che si trova già da alcuni giorni in Australia con i quadri della nazionale che parteciperanno alla competizione, abbiamo chiesto anzitutto come si trova. “Molto bene”, assicura subito. “Il posto è bellissimo, l’ambiente e il paesaggio sono splendidi. Stiamo ancora smaltendo il fuso orario che è di 8 ore. Anche se qui siamo a fine Primavera fa già parecchio caldo. Ora ci troviamo a circa 6 km dal luogo della gara che raggiungeremo però martedì, dove con i miei compagni di nazionale (siamo in sei più i due allenatori) ci sistemeremo in appartamento”.

Partecipare a un Mondiale è naturalmente una bella soddisfazione. Te l’aspettavi?

Ammetto che era il grande obiettivo di questa stagione. Quindi ci speravo veramente. Già lo scorso anno ci avevo provato a raggiungerlo, ma avevo sfiorato la qualificazione per poco”.

Tu e Adriano vi allenate insieme: una situazione ideale…

Certo, è davvero una grande fortuna potersi allenare insieme. Ci stimoliamo molto a vicenda. Spesso ci alleniamo con delle sessioni aggiuntive, oltre a quelle abituali. Lui è fortissimo nella corsa e mi spinge sempre a migliorarmi. Io provo a “contraccambiare” cercando di stimolarlo nel nuoto dove sono un po’ più veloce. Tra di noi c’è sicuramente una bella amicizia ma anche una… piccola e sana competizione che ci sprona a dare sempre il meglio”.

Come hai impostato la preparazione in vista di questo importante appuntamento?

In Ticino nelle ultime settimane sono arrivato ad allenarmi circa 15-16 ore a settimana. Ho quindi aumentato i carichi, come pure l’intensità negli allenamenti. Devo ammettere che in questo momento mi sento molto in forma. Questa mattina, ad esempio, ho fatto alcune ripetute a corsa e le sensazioni sono davvero ottime. Qui ci alleniamo due volte al giorno: al mattino alterniamo un giorno a corsa a un altro in bicicletta, mentre la sera c’è sempre la sessione di nuoto e di condizione fisica”.

I tuoi obiettivi per questa prima esperienza iridata?

Direi che il primo obiettivo era esserci e quindi è già stato raggiunto. Ovviamente farò la mia gara dando il massimo per ottenere il migliore risultato possibile. Al via saremo circa una settantina di atleti e un posto attorno al 30mo rango sarebbe il mio obiettivo”.

Comunque vada sabato nella Gold Coast, per Sasha e per tutto il movimento della triplice disciplina si tratta indubbiamente di una bella soddisfazione, un’opportunità veramente unica che il giovane talento ticinese riuscirà sicuramente ad onorare al massimo.

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Carola Fiori Balestra sogna il podio ai Mondiali 70.3

INTERVISTA A CAROLA FIORI BALESTRA, FORTE TRIATLETA BELLINZONESE CHE CONTINUA AD OTTENERE IMPORTANTI RISULTATI NEGLI IRONMAN 70.3

Quello di Carola Fiori Balestra non è certo un nome nuovo nel panorama della triplice disciplina. La bellinzonese, classe 1970, si è infatti già messa in luce diverse volte, ottenendo dei prestigiosi podi internazionali, soprattutto negli Ironman 70.3, la sua specialità. I più recenti sono il primo posto di categoria di Marbella e il secondo di Barcellona. In tasca, grazie al risultato ottenuto in Andalusia, ha già la qualifica per i mondiali 70.3 che avranno luogo il 1. settembre in Sudafrica.

Sempre sulla breccia dunque…

“Si, c’è sempre la voglia di allenarsi e di gareggiare, malgrado a volte si faccia davvero fatica. Ma questo è il nostro sport! Sono però motivata dal fatto che ottengo dei buoni risultati e quindi sono sempre spronata a gareggiare e a migliorarmi. Malgrado la fatica, dunque, il risultato c’è. Devo anche dire che sono molto contenta del mio allenatore Fabio Vedana, uno dei migliori in Italia, che mi segue da vicino da due anni e mezzo preparandomi nel dettaglio ogni allenamento. Grazie ai suoi consigli sono riuscita a migliorarmi ma nel contempo anche ad evitare infortuni.”

Parlaci delle due gare di quest’anno

“A Marbella non sono arrivata in perfette condizioni a causa di un problema alla gamba dovuto all’assetto sulla nuova bicicletta. Inoltre non ho gradito molto il percorso in bicicletta e ho sofferto parecchio anche per il freddo. Era la prima volta che gareggiavo qui, ma credo che non ci tornerò più. Sono comunque contenta della mia prova che mi ha permesso di conquistare la slot per i mondiali. Il primo posto cade a pennello, anche perché me lo ero riproposto: sarei andata al mondiale solo vincendo nella mia categoria. E così è stato. A Barcellona, anche se ho chiuso al secondo rango, mi sono invece trovata meglio, soprattutto in bicicletta dove il percorso, che comprendeva 1250 metri di dislivello, l’ho trovato ideale.”

Quali sono i tuoi carichi in settimana?

“Dipende dai periodi, ovvero se sono nella fase di carico, di recupero o pregara. Per ognuno di questi periodi il mio allenatore mi prepara un piano preciso di allenamento. Questa settimana, ad esempio, mi sono allenata complessivamente per circa 15-16 ore, ma in certi periodi vado anche oltre. Per dare un’idea in settimana ho nuotato due volte per 6-7 km complessivi, sono uscita tre volte in bici con lavori differenti per un totale di circa 8 ore e ho corso 4 volte per circa tre ore e mezza.”

Cosa ti piace del triathlon?

“Amo soprattutto la bici. Ma non farei mai una gara di sola bici. Mi piace partire con il nuoto e poi affrontare le altre due discipline. Non essendo una forte nuotatrice, in genere la gara per me inizia proprio dopo il nuoto. Mi impegno al massimo sia in bici che a corsa, dove riesco sempre a recuperare parecchie posizioni. Al triathlon mi sono avvicinata 6-7 anni fa quando i miei figli gemelli hanno iniziato la scuola elementare. In famiglia, da giovane, ho sempre fatto molto sport, bicicletta, corsa, camminate in montagna con mio fratello che era guida alpina. Poi una volta mi è stato proposto di fare il Mini Tri a Locarno: ci sono andata ed è stata subito… folgorazione. Sono quindi passata agli olimpici, allungando le distanze, e infine ai 70.3 che, appunto, ritengo un po’ la mia distanza ideale, quella che sento più nelle mie corde.”

L’Ironman non ti fa gola?

“Devo essere sincera: nella mia testa non è ancora entrato. Temo un po’ le distanze e la sofferenza. Già nei 70.3 l’impegno è tanto: non mi potrei immaginare per il momento impegnata a raddoppiare le distanze, anche se è vero che il ritmo sarebbe più blando. Ma è così: per il momento non ci penso ancora.”

Le prossime gare in stagione?

“Il 26 giugno sarò al via del Triathlon Olimpico di Idro che sarà “no draft” (senza scia) e poi il 15 luglio farò sicuramente il TriStar a Rorschach sulla lunga distanza che comprende 1 chilometro a nuoto, 100 chilometri in bici e 10 chilometri a corsa. Non ci sarò invece a Locarno per la concomitanza con il Mondiale in Sudafrica, ma nelle settimane successive gareggerò sicuramente ancora da qualche parte, dove di preciso devo ancora decidere.”

Per il Mondiale hai un obiettivo particolare?

“Vado con l’intenzione di fare bene. Per fare un bel risultato di categoria e se possibile salire sul podio.”

Carola ha ancora un sogno da realizzare?

“Ci penso di volta in volta. Ora mi concentro su questa stagione. Il prossimo anno mi piacerebbe essere al via dei Mondiali 70.3 di Nizza dove ci saranno probabilmente altri ticinesi. Anche lì vorrei fare un buon risultato e il sogno è sempre quello di ottenere una medaglia.”

IL SOSTEGNO DEL MARITO-FOTOGRAFO

Carola è sicuramente un’atleta molto determinata. Un ottimo esempio di sportiva che riesce a primeggiare in uno sport molto esigente come il triathlon. Un livello di rendimento che è anche facilitato dalla presenza e dalla vicinanza del marito, Dani Fiori. Un supporto determinante a livello familiare, che garantisce equilibrio, ma non solo. Dani Fiori è infatti un conosciutissimo fotografo sportivo, di assoluto livello: sue sono tra l’altro, e non poteva essere altrimenti, le immagini che ritraggono Carola in questo post.

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Rachele Botti, talento emergente, si racconta

La diciottenne di Canobbio, vincitrice a Candia, si racconta: “Ho unito tre passioni in un solo sport”

Disciplina in continua evoluzione, il triathlon si sta sempre più affermando anche in Ticino. Oltre a un buon numero di atleti master, aumentano anche i giovani che abbracciano questo sport. Tra questi alcuni elementi di valore che si sono già messi in bella evidenza, come ad esempio Sasha Caterina, Adriano Engelhardt, Alice Fritzsche e Rachele Botti. Proprio quest’ultima, lo scorso 13 maggio, si è imposta al Triathlon olimpico di Candia (1,5 km nuoto, 40 km bici, 10 km corsa) realizzando un piccolo exploit e sorprendendo un po’ tutti. Perché Rachele, ragazza di Canobbio molto determinata, piena di energia e sempre sorridente, non ha ancora diciott’anni – li compirà il prossimo 15 giugno – e quindi il suo risultato acquista sicuramente valore in proiezione futura. Un livello che tra l’altro è confermato dal suo secondo posto nella categoria U20, ottenuto al Triathlon di Sion lo scorso weekend. L’abbiamo incontrata prima di un allenamento “combinato” di bici e nuoto, dove ci ha rilasciato questa intervista.

Torniamo ancora a Candia: che ricordi hai?

“Non mi aspettavo di vincere. Prima della partenza ero un po’ agitata perché ero alla mia prima esperienza in un olimpico. Non sapevo come l’avrei gestito, come il mio corpo avrebbe reagito. Nello stesso tempo ero però anche felice di gareggiare, di mettermi alla prova. Poi, in gara, è andato tutto liscio fin dall’inizio, perché già al termine dal nuoto ero in testa. Insomma, posso dire che è stata davvero la mia giornata.”

Come sei approdata al triathlon?

“Ho iniziato presto, ancora durante le scuole elementari. Prima facevo nuoto, ma correvo già e andavo in bicicletta, d’estate, in montagna. Quando ho saputo che si potevano combinare i tre sport in una sola disciplina sono rimasta subito affascinata. E da lì non ho più smesso, anche perché dopo di me ha iniziato anche mio fratello Luca, con il quale ci siamo spesso allenati insieme.”

La tua settimana come si struttura?

“Mi alleno praticamente tutti i giorni, sovente combinando due allenamenti, per un totale di circa 15 ore settimanali. Frequentando la terza liceo scientifico devo cercare di organizzare bene il mio tempo sfruttando ogni momento della giornata. Sono tesserata per l’A-Club Swimming Team Savosa e il mio allenatore principale è Nicolas Beyeler, che oltre a darmi tanti consigli utili e programmarmi gli allenamenti, mi trasmette sempre la passione e la gioia di fare sport. Con la mia società sono seguita soprattutto nel nuoto e nella bici, mentre per la corsa mi alleno con l’US Capriaschese.”

Quali sono i tuoi obiettivi in stagione?

“A metà giugno sarò impegnata a Kitzbühel in Coppa Europa per tentare la qualifica agli Europei. Poi sicuramente farò tutte le gare della “National League”, ovvero il circuito svizzero, con l’intenzione di salire sul podio nella mia categoria. Ci saranno quindi i Campionati svizzeri di Nyon a inizio agosto e probabilmente il Triathlon di Locarno, dove non mi dispiacerebbe cimentarmi ancora sulla distanza olimpica. Ovviamente un obiettivo costante è quello di migliorarmi ancora, possibilmente in tutte e tre le discipline.”

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

“Non riesco ancora a immaginarne uno troppo lontano nel tempo. Certo mi piacerebbe indossare ancora la maglia della nazionale svizzera di cui sono molto orgogliosa. E poi un sogno a corto termine è senz’altro quello di vincere finalmente i Campionati svizzeri di categoria. Dico “finalmente” perché in passato, e per ben quattro volte, sono arrivata solo… seconda.”

Foto: photolocatelli.ch

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“Via dall’auto”, intervista a Yuri Monaco

Oggi su “ExtraSette”, supplemento del venerdì del “Corriere del Ticino”, l’intervista a Yuri Monaco, giovane cicloviaggiatore di Vaglio che da gennaio ha lasciato l’auto per spostarsi solo ed esclusivamente in… bicicletta!

Buona lettura e buon w.e. a tutti! 

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Yuri, ciclo-viaggiatore alla scoperta del mondo

Di lui ho sentito parlare per la prima volta di recente, grazie a una bella intervista pubblicata sul “Corriere del Ticino” e realizzata dalla giornalista Chiara Nacaroglu. Mi riferisco a Yuri Monaco, 27enne operatore sociale di Vaglio, che mi è subito parso un personaggio interessante, da conoscere. La ragione? Semplice, ha avuto il coraggio, alla fine del 2017, di abbandonare l’auto per muoversi esclusivamente in bicicletta! Tutti i giorni. Con qualsiasi tempo. Per andare al lavoro e a scuola. Quindi fino a Barbengo, nel primo caso, e addirittura a Mendrisio nel secondo. Insomma, non proprio fuori casa… e da gennaio ad oggi ha già macinato ben 1800 chilometri!

Sapendo della sua frequenza alla Scuola per operatori sociali di Mendrisio, poco lontana dalla mia sede di lavoro, ho voluto approfittarne per proporgli di incontrarci. Cosa che è avvenuta puntualmente, venerdì 2 marzo, tra l’altro in una giornata imbiancata da una copiosa nevicata… Ci si poteva quindi aspettare che a causa delle condizioni “estreme”, Yuri avesse per una volta rinunciato alla sua bicicletta per un altro mezzo di trasporto. E invece, eccolo giungere proprio in sella alla sua bici… sorridente e pieno di energia…

Malgrado la neve non hai dunque rinunciato a scendere in bicicletta…

“Perché avrei dovuto? Non vedo nessun problema nello spostarsi in bici anche quando nevica. Le sensazioni, anzi, sono ancora più belle, basta solo fare un po’ di attenzione al fondo stradale e attrezzarsi in modo conveniente. La neve per me non è quindi una questione invalidante. Credo comunque che sia soprattutto una questione “mentale”: accettare che d’inverno fa freddo e ci può essere la neve, fa parte del gioco e non vi vedo nulla di male. Piuttosto avrei difficoltà a spostarmi in auto, magari inserendo il riscaldamento che per me provoca un ambiente non ideale.”

Quali sono per te i vantaggi dello spostamento in bicicletta?

“Sono parecchi. Anzitutto mi permette di vivere più pienamente lo spostamento. Mi piace anche fare fatica, per percepirmi, per sentirmi vivo. Spesso quando pedalo vivo un momento di contemplazione tutto per me. Ho tempo di elaborare i miei pensieri e le esperienze avute durante la giornata. Una situazione molto diversa dallo spostarsi in auto. Quando lo facevo fino a qualche mese fa ero spesso molto nervoso. L’ambiente chiuso dell’abitacolo, il traffico, le colonne non fanno per me.”

Quando ti sei reso conto che la bicicletta poteva essere per te un ideale mezzo di spostamento?

“È successo un po’ per caso. Tre anni fa con una mia amica abbiamo deciso di recarci in Val Bregaglia in bicicletta. Ci abbiamo impiegato due giorni, portandoci i sacchi in spalla e dormendo in tenda. Devo dire che non essendo abituato a pedalare (in effetti non sono mai stato un grande sportivo…) ho impiegato qualche giorno per recuperare lo sforzo. Ma è stata un’esperienza incredibilmente bella. Una vera e propria scoperta. Un nuovo modo di viaggiare e di vivere il paesaggio. Da allora la bicicletta è diventata parte integrante della mia vita e con essa condivido molte ore delle mie giornate.”

Pensi che il tuo esempio sarà presto seguito da altre persone?

“Francamente non lo so. Di certo è una scelta abbastanza “estrema” e quindi non evidente per tutti. Certo, sarebbe molto bello se aumentasse il numero di coloro che si spostano sulle due ruote, perché più gente si muove in bicicletta, più benefici per la comunità ci sarebbero. La gente si mantiene in salute, l’ambiente ne beneficia. Ma da noi è forse e soprattutto una questione di infrastrutture. Dobbiamo mettere a disposizione della gente delle condizioni favorevoli per pedalare. Prendiamo l’esempio della nuova ciclabile di Tesserete. Se prima i ciclisti che si spostavano sulla cantonale erano pochi, oggi grazie alla nuova ciclabile la situazione è cambiata radicalmente e constato che sono davvero sempre più numerosi i ciclisti che la utilizzano…”

Il fatto di percorrere parecchi chilometri in bici prima di raggiungere, ad esempio, la scuola non risulta stancante e quindi controproducente?

“Assolutamente no. Anzi, è vero piuttosto il contrario. Da casa mia, a Vaglio in Capriasca, fino a Mendrisio impiego circa un’ora. Un’ora di assoluto benessere visto che quando inizio la scuola mi sento sveglio, ragiono meglio, concentrato e molto reattivo mentalmente. Devo anche dire che la mia bicicletta attuale, che ho assemblato sulle mie esigenze, è molto comoda, mi permette di pedalare con grande agio anche se non è leggerissima, pesando circa 14 kg. È quindi un’esperienza che andrebbe anzitutto provata, perché in effetti si potrebbe pensare al contrario, ovvero che si inizi la giornata stanchi e quindi non nelle condizioni ideali.”

Con la bicicletta hai anche affrontato dei lunghi viaggi…

“È vero. Sono già stato in Islanda, in Spagna e l’anno scorso, viaggiando attraverso i Balcani, fino a Salonicco, in Grecia. Quest’anno ho già in programma un nuovo viaggio, ancora più impegnativo. Andrò fino in Iran per un percorso di circa 8 mila chilometri che mi impegnerà circa cinque mesi. Partirò a fine agosto con l’obiettivo di rientrare a febbraio. Come sempre mi organizzerò cercando di adattarmi alle situazioni e di spendere il minimo. La bicicletta è tuttavia un mezzo di trasporto che favorisce il contatto con la gente e quindi il mio obiettivo sarà quello di approfittarne, come ho fatto anche nel corso degli altri viaggi, per ricavarne un’esperienza significativa e arricchente, anche dal profilo umano.”

Buone pedalate allora, caro Yuri, ciclo-viaggiatore alla scoperta del mondo!

IL VIAGGIO IN IRAN

“From Switzerland to Iran”, questa la frase-simbolo che accompagnerà Yuri nel suo viaggio in Iran previsto per fine agosto, frase che si trova già ben stampata sul telaio della sua nuova bicicletta. Un viaggio che si potrà seguire, per chi lo vorrà, in “diretta” attraverso la sua pagina Facebook  al seguente indirizzo:

Lento è bello – Cronache semiserie di viaggi in bicicletta

Foto di apertura: Yuri Monaco in occasione del suo ultimo viaggio in Grecia (pagina FB di Y. Monaco)

Qui sopra le due immagini scattate venerdì 2 marzo che ritraggono Yuri con la sua bici (a sinistra) in un contesto ambientale piuttosto freddo e “imbiancato” e con il sottoscritto, in occasione dell’intervista.

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Adriano Engelhardt: “A Nyon un podio inatteso”

Non si è ancora spenta la eco sui recenti Campionati svizzeri di Nyon, dove i triatleti ticinesi si sono messi in bella evidenza conquistando ben due ori con Bruno Invernizzi e Sasha Caterina, due argenti con Rachele Botti e Adriano Engelhardt e un bronzo con Alice Fritzsche.

In occasione di questo appuntamento gli occhi erano puntati forse soprattutto su Adriano Engelhardt, la grande novità di quest’anno per il movimento della triplice in Ticino, che dopo il debutto di Zurigo nella “Short distance” il 29 luglio scorso, dove ha chiuso al quarto posto assoluto, si cimentava per la prima volta in una gara su distanza olimpica (1,5 km a nuoto, 40 km in bici, 10 km a corsa).

Chiunque “mastichi” un po’ di triathlon non farà fatica a capire come il passaggio di Engelhardt al mondo della triplice rappresenta qualcosa di estremamente importante poiché si tratta di un atleta con grandi capacità e quindi ottime prospettive per il futuro nella disciplina. Ne fanno stato le qualità già espresse dal 24enne locarnese (peraltro “figlio d’arte”: i genitori entrambi grandi sportivi, con la mamma Paola che è stata tra le prime donne ad avere portato a termine un Ironman in Ticino) nell’atletica, dove per alcuni anni ha dominato la scena nelle prove di mezzofondo, dei cross e dei 3000 siepi.

Come visto, a Nyon Adriano (nelle foto d’apertura insieme a Lukas Oehen in occasione di un cross e, in basso a destra, con Mattia Monighetti di Kerforma Switzerland) ha chiuso al secondo posto nella propria categoria e quarto assoluto, malgrado abbia iniziato a nuotare e a pedalare “seriamente” solo da due-tre mesi, e sebbene non sia ancora al “top” delle sue possibilità nella corsa a piedi. Questo non gli ha comunque tolto la soddisfazione di ottenere il miglior “crono” assoluto nella tratta conclusiva di 10 chilometri, portata a termine in un eloquente 33’37’’!

Risultati e tempi che parlano da sé. E che aprono sicuramente nuove e belle prospettive per il triathlon ticinese dei prossimi anni. L’arrivo di Engelhardt nel gruppo che comprende anche Sasha Caterina, Gioele Cereghetti e Alex Trabucchi del TriUnion del coach Christophe Pellandini, unitamente alle citate Alice Fritzsche e Rachele Botti non fa che rafforzarne ulteriormente la base. Con la concreta prospettiva di vedere tra non molto qualcuno di questi atleti protagonista ai massimi livelli.

Con Adriano, che ora si sta preparando con puntiglio per l’appuntamento “casalingo” del Triathlon di Locarno (3 settembre), ci siamo intrattenuti brevemente chiedendogli anzitutto come si trova in questa nuova “veste” di triatleta.

“Il triathlon è una sport che mi ha sempre appassionato, ma che negli ultimi 8 anni ho lasciato da parte per dare priorità all’atletica leggera. Riprendendo con gli allenamenti di nuoto e di bici nelle ultime settimane ho avuto la possibilità di scoprire nuove sensazioni e programmi di allenamento. Posso dire di aver trovato nuovi stimoli. Infatti trovo estremamente affascinante la possibilità di unire tre sport così ricchi di storia in un’unica disciplina”.

Come ti trovi nelle varie discipline?

“A livello di feeling personale posso dire che pratico più volentieri il nuoto e la corsa. La bicicletta è ancora un mondo da scoprire: devo ancora trovare i miei punti di riferimento e comprendere appieno le metodiche di allenamento. Ma una cosa che mi sembra di aver capito è che non ci si può limitare ad allenarsi nelle tre diverse discipline come fossero momenti isolati. Bisogna tener conto di un continuo, che parte dalle prime bracciate e che arriva alle ultime falcate, passando dai pedali e da due zone cambio”.

Parlaci della tua gara a Nyon

“A Nyon affrontavo il mio primo triathlon olimpico ed ero piuttosto nervoso, questo perché passare dal mezzofondo (dove le gare  durano al massimo una quindicina di minuti) ad una gara di più di 2h era una bella sfida. Il mio fine era quello di dosare al meglio le energie ed accumulare quanta più esperienza possibile per i prossimi appuntamenti. Quando sono sceso dalla bici in sesta posizione e ho visto che recuperavo rapidamente sui battistrada mi sono gasato, quindi, nonostante qualche problema di stomaco, sono riuscito ad agguantare un secondo posto del tutto inatteso”.

In futuro ci sarà ancora spazio per l’atletica?

“L’atletica è il mio sport preferito e seguo con interesse tutte le discipline. Negli ultimi anni ho fatto fatica a progredire a causa di qualche infortunio di troppo e forse anche per un grado di saturazione mentale. Quest’anno mi sarebbe piaciuto partecipare ad alcune rassegne internazionali come le Universiadi e i Giochi della Francofonia. Ho investito molto nella mia preparazione, ma purtroppo ad inizio giugno ho dovuto dire stop per un’infiammazione al tendine d’Achille.

Per il futuro sono sicuro che correrò ancora cross e gare su strada, ma non escludo nemmeno qualche gara in pista su distanze da 5000m/10000m. Sono curioso di vedere come risponderanno le mie gambe ad un cambio di preparazione così netto. In ogni caso il mio obiettivo principale è quello di potermi divertire praticando uno sport che mi piace e che mi dà soddisfazione”.

Fonte: Triathlon che passione!

Leggi anche: Si chiama “triathlon” la nuova sfida di Adriano Engelhardt

Foto: copyright ©  N. Pfund

 

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Quando lo sport è un’avventura umana

Christophe Santini e Kévin Roustand competono all’Ironman France-Nice del 5 giugno 2016. Kevin è paraplegico dalla nascita. Il suo sogno è quello di diventare un Ironman.

Un sogno che si è realizzato grazie, appunto, a Christophe Santini, 46enne francese già quattro volte “finisher” a Nizza. Santini ha condotto Kevin lungo tutto il percorso dell’Ironman, chiudendo nel tempo di 14 ore trenta minuti e 59 secondi.

L’idea di partecipare a questa sfida nasce dalla visione del film “The Finisher” in cui si racconta la storia di Julien, un diciassettenne costretto su una sedia a rotella a causa di una paralisi cerebrale. E che proprio per realizzare un suo sogno parteciperà insieme al padre all’Ironman France di Nizza, una delle competizioni sportive più impegnative al mondo.

La prova è di per sé ardua per ciascun concorrente, ma diventa quasi impossibile se bisogna anche aiutare un giovane disabile. Ma questo non ha scoraggiato Christophe, come detto uno sportivo che vanta una grossa esperienza nel triathlon. Così la mattina del 5 giugno si lancia insieme agli altri tremila concorrenti percorrendo dapprima i 3,8 km a nuoto, poi i 180 km in bici e infine i 42,195 della maratona portando con sé Kévin, 23 anni, paraplegico dalla nascita.

Una sfida sportiva, ma soprattutto un’avventura umana formidabile, sostenuta anche da diverse associazioni umanitarie.

Christophe ha dovuto dapprima attraversare la baia degli Angeli a nuoto trainando Kévin su un piccolo canotto. In seguito è in bicicletta che Christophe ha condotto Kévin. I due compagni d’avventura hanno percorso insieme i 180 chilometri nell’entroterra niçoise superando ben 2000 metri di dislivello, con la bicicletta e la seggiola attaccate. Infine la maratona sulla Promenade des Anglais, con il passeggino sul quale stava seduto Kévin trainato a corsa da Christophe.

Una sfida riuscita, come detto. Dopo oltre 14 ore di sforzo Kévin taglia finalmente la linea del traguardo accompagnato da Christophe chiudendo entrambi un’avventura che resterà certamente tra i ricordi più forti e belli della loro vita.

Foto: Getty Images

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Nicola Pfund, filosofo del benessere

“Nicola Pfund è stato definito il “filosofo del benessere” perché è riuscito a conciliare la passione per lo sport e il talento per la scrittura, la salute del corpo e quello della mente”.

Iniziava così un’intervista che mi fu fatta dal giornalista Roberto Roveda per la rubrica Vitae apparsa su “Ticinosette” del 31 ottobre 2014. Una definizione nella quale mi ritrovo pienamente e che posso confermare attraverso le mie pubblicazioni, tutte incentrate attorno a questa idea di fondo. Ecco, di seguito, l’intervista integrale come venne pubblicata sul settimanale in quell’occasione.

DUE GRANDI PASSIONI

“Un momento chiave nella mia vita è stato quando ho potuto unire le mie due grandi passioni, l’attività fisica e la scrittura, cominciando a scrivere storie che parlassero di sport. Ho trascorso una vita all’insegna dell’attività fisica e dei libri, della sapienza del corpo e di quella della mente. Penso che l’una si alimenti con l’altra. L’altro mio centro di interesse è l’insegnamento. Oggi che sono docente, giornalista e scrittore posso dire di aver fatto nella vita quello che ho voluto veramente e che era nella mia natura.

LO SPORT

Partiamo dallo sport. Questa passione è nata da bambino, quando la sera giocavo con gli amici per strada, nel quartiere. Si costruivano capanne, si giocava a calcio, si andava in bicicletta. Una vera scuola di vita, dove ci si organizzava da soli, tra ragazzi. In gioventù ho praticato diversi sport: judo, ginnastica, nuoto, pallacanestro e infine triathlon. C’è, o ci dovrebbe essere, una spinta interna che porta a un’evoluzione anche nello sport, verso una maggiore consapevolezza. Io l’ho trovata negli sport di resistenza, soprattutto nel triathlon, una disciplina che si suddivide tra nuoto, bicicletta e corsa. Se all’inizio lo sport per me era soprattutto gareggiare, con il tempo mi sono scrollato di dosso la competitività, per apprezzare altro: la soddisfazione di raggiungere un obiettivo e quel benessere indescrivibile che regala l’attività fisica. Lo sport mi ha dato tanto: soddisfazioni vere e sincere, essenzialità, un senso grande e profondo di libertà, ma soprattutto salute e benessere. E poi mi ha dato l’ispirazione per scrivere i miei libri.

LA SCRITTURA E LO STUDIO

Per quanto riguarda la scrittura e lo studio in generale, da ragazzo ho vissuto l’approccio alla cultura in maniera un po’ “meccanica”, più per dovere che per piacere. Dopo le scuole magistrali ho studiato Filosofia per diventare bibliotecario, ed è stato durante la preparazione del mio lavoro di diploma alla Biblioteca nazionale di Berna che è avvenuta la svolta: ho provato quel piacere fine a se stesso di conoscere, di confrontarsi con il pensiero degli altri per costruire la propria verità e individuarsi meglio come persone. In quel momento, da ricettore passivo nell’ambito del sapere, sono diventato insaziabile fruitore di dati, notizie e aneddoti di ogni tipo. Prima attraverso i libri e le enciclopedie, poi sempre di più attraverso la Rete. Da questa esperienza è nato il desiderio di aiutare i ragazzi nei loro studi e così ho preparato un manuale di consigli su come svolgere le ricerche a scuola (Fare ricerca a scuola): un’attività, quella della ricerca, che può dare ai ragazzi grandi soddisfazioni e dare un senso al loro studio. In seguito ho scritto altri libri, tra cui quello storico sul mio quartiere di Breganzona, e poi libri dedicati allo sport, primo fra tutti quello sul triathlon. In seguito sono usciti i libri dei racconti e delle descrizioni dei miei tour in bicicletta attraverso la Svizzera e infine sono arrivati la Filosofia del Jogger e A-Z fitness, un prontuario su salute e benessere che punta ad apprezzare il movimento al di là dell’aspetto competitivo. Due anni fa ho iniziato anche a tenere un blog che mi sta dando grandi soddisfazioni.

FILOSOFO DEL BENESSERE

Mi hanno definito il “filosofo del benessere”: una definizione nella quale mi ci ritrovo. Ma il benessere per me non significa semplicemente agiatezza, o assenza di malattia. È anche questo, ma il concetto è molto più ampio e comprende lo sforzo, la capacità di mettersi in gioco, l’impegno per ottenere un obiettivo davvero voluto. Alla base del benessere c’è un percorso consapevole che mira a tirar fuori il meglio di sé, un po’ come, nell’antica Grecia, la coltivazione dell’areté: l’eccellenza umana. Il termine “areté” tradotto indica la “virtù”, ma il significato è più vicino a “essere il meglio che puoi”. In altre parole, promuovere l’areté significa che ognuno deve assumersi la responsabilità di essere il meglio di sé, di esprimere al massimo le proprie potenzialità. A mio parere questo concetto dovrebbe essere il punto di riferimento nei programmi scolastici e nello sport. Io cerco di promuovere questa idea di fondo nei miei libri, anzi, tutto il mio percorso esistenziale si è mosso in questa direzione.”

Testimonianza raccolta da Roberto Roveda

Fonte: Ticinosette, 31 ottobre 2014

Foto: copyright © Nicola Pfund

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Adriano Engelhardt passa al triathlon!

A dire il vero la notizia circolava da un po’ di tempo, ma l’ufficialità è arrivata solo oggi con un’intervista rilasciata a un giornale ticinese. Adriano Engelhardt, tra i più forti mezzofondisti ticinesi di tutti i tempi, ha deciso di passare al triathlon. Il suo esordio avverrà a Zurigo il 29 luglio in una prova su distanza Sprint.

La decisione del 25enne talento locarnese è maturata soprattutto a seguito degli infortuni patiti in questi ultimi anni, infortuni che non gli hanno permesso di preparare adeguatamente gli appuntamenti stagionali nell’atletica. Ragione per cui, dopo un nuovo infortunio al tendine d’Achille, tra l’altro non ancora del tutto recuperato, Engelhardt ha preso la decisione di abbracciare la triplice disciplina.

Per lui, è forse giusto sottolinearlo, non si tratta di un’esperienza del tutto nuova. Infatti già da piccolo ha partecipato in più occasioni alle gare del Triathlon di Locarno (dove il papà è stato tra l’altro per anni un eccellente Presidente, mentre la mamma vanta una lunga e brillante carriera nel triathlon dove è stata anche “Ironman finisher”) e ancora nella passata edizione ha dimostrato tutto il suo potenziale chiudendo tra i primissimi la distanza Sprint, malgrado un allenamento approssimativo nella bici e nel nuoto.

Da qualche mese a questa parte, però, Adriano Engelhardt, che è in possesso di un Bachelor in Scienze Motorie e Italiano ottenuto nel 2016 alla Facoltà di Sport e di Lettere di Losanna, ha cominciato ad allenarsi seriamente in compagnia dei giovani emergenti del TriUnion, società nella quale spicca il nome dell’altro grande talento ticinese, ovvero quello di Sasha Caterina, ma dove si allenano altri giovani pure molto promettenti. Quindi, in un ambiente assolutamente ideale e motivante, con un team di preparatori eccellente e di alto livello in tutte e tre le discipline.

Per il mondo del triathlon ticinese questa notizia non può che fare molto piacere. Perché si tratta di un innesto di grande qualità che sicuramente riuscirà a mettersi in bella evidenza. Non sappiamo ancora su quali distanze vorrà puntare Engelhardt, ma se dovesse concentrarsi sulla prova olimpica, beh… qualche bella sorpresa potrebbe esserci in futuro…

Noi ne siamo certi!

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L’insegnamento del dottor Enrico Arcelli

Ci sono persone che nel corso della loro vita e della loro attività lasciano un segno. Concreto, vero, effettivo. Utile per tutti. Grazie alle loro parole, alle loro intuizioni. Grazie ai loro scritti. A volte non ci pensiamo nemmeno. Ma cose che oggi ci sembrano quasi normali, una volta, magari anche solo vent’anni fa, non lo erano. C’è voluto qualcuno che, a un certo punto, ce ne mostrasse la presenza e la necessità.

Enrico Arcelli, di cui ricorre il secondo anno dalla scomparsa il prossimo 30 giugno, è una di queste persone. Il segno, lui, l’ha lasciato nel campo dello sport e soprattutto nelle discipline della resistenza. Lo ha fatto in particolare con un  libro che è diventato un best seller: si intitola “Correre è bello”. Un titolo in cui c’è già tutto un universo di significati.

Prima di lui lo sport e la corsa erano altro. Si correva soprattutto per competere, per gareggiare. Non esistevano altri significati. Correre solo “perché è bello” non aveva senso. Poi, però, ecco quelle frasi introduttive al suo libro, pensieri folgoranti che hanno permesso a moltissimi di dare un nuovo senso e un diverso significato alla pratica sportiva:

Quando un individuo sedentario vede passare per la strada un corridore che si sta allenando, stanco e sudato, o uno che sta facendo una prova podistica e magari è molto in ritardo rispetto ai primi e dimostra chiaramente di fare molta fatica, talvolta lo compatisce e lo considera più o meno un masochista: la frase che dice (o pensa) è di solito: “Poveretto! Ma chi glielo fa fare?”.

Per il podista, invece, la corsa è bella.

Una volta, mentre mi stavo riscaldando per partecipare a una prova non competitiva, incontrai un tale che si preparava anch’egli a correre e che già conoscevo perché dipendente della fabbrica presso la quale faccio il medico: chiacchierammo un po’ e seppi che oramai da più di due mesi andava a correre tutte le domeniche mattina. Gli chiesi allora cosa ne pensasse sua moglie di questa nuova attività e la frase che mi rispose fu secondo me molto significativa: “Lavoro duro tutta la settimana: oltre otto ore in stabilimento, aiuto mio cognato in negozio e coltivo l’orto. Perciò ho diritto di divertirmi la domenica mattina”.

La ragione principale per la quale molti corrono è proprio questa: che a loro piace. A loro piace perché mentre corrono si sentono vivi, sentono che il loro corpo funziona: perché nei periodi in cui corrono avvertono un benessere generale e un’efficienza che prima, quando non facevano attività fisica neanche sognavano; perché si sentono leggeri, con la mente più sveglia e l’umore più allegro e sereno.

Io non fumo, ma credo che chi si accende una sigaretta e se la mette in bocca lo fa semplicemente perché, al momento, fumare gli piace: non si preoccupa per niente degli effetti nocivi che il fumo ha a lunga o lunghissima scadenza: semmai riduce il numero di sigarette soltanto se in un certo periodo si accorge di avere più catarro del solito.

Penso che per la maggior parte dei podisti valga lo stesso principio: corrono perché una volta che hanno superato il primo impatto (quello dei piedi pieni di vesciche e dei  muscoli duri e dolenti), la corsa dà loro sensazioni molto piacevoli. A molti non importa affatto di sapere che il correre serve a prevenire certe malattie: al massimo queste informazioni le usano per spiegare come mai corrono agli altri, a quelli che chiedono: “Ma chi te lo fa fare?”. La ragione per la quale corrono, la vera e principale ragione, forse l’unica, è che correre è bello”.

Sono passati quasi quarant’anni da quando il dottor Arcelli scrisse queste parole. Da allora molte cose sono cambiate. Oggi, chi corre e fa jogging sulla strada non è più guardato come se fosse un “alieno”, ma forse produce l’effetto opposto, ovvero quello di essere un po’ invidiato. La gente ha ormai capito che fare sport e movimento è un “toccasana”, una vera fonte di benessere e piacere.

Certo, resta ancora parecchio da fare sulla via della realizzazione completa del concetto di sport per salute. Anche da noi, dove gli eccessi sono spesso frequenti, con risvolti controproducenti proprio sul benessere e la salute. Non c’è, insomma, ancora una pratica davvero corretta e salutistica, prevalendo approcci sovente pericolosi perché estremi. Ma anche qui ci stiamo avvicinando, piano piano, a una pratica più corretta e sensata. E per questo dobbiamo ringraziare il dottor Enrico Arcelli e quel suo “Correre è bello” che ci ha indicato una via e tanto ci ha ispirato in questi anni.

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